mercoledì 1 dicembre 2010

ALLA DERIVA - Bar 1/4 Decostruzione di un sogno

bar dei sogni

La prima e più netta impressione che si ha da un primo incontro coi bar milanesi è che per nessuna delle teste presenti dietro a cassa e banconi sia mai transitato il pensiero voglio aprire un bar tutto mio.
Con una certa legittima approssimazione immagini che in compenso sia passata l'idea voglio fare molti soldi e alla peggio voglio lavorare in un posto dove posso rubare i gratta e vinci (per poi fare molti soldi).
Pressoché nulla di ciò che vedrete in un bar di Milano (le eccezioni, come si diceva nella premessa di questa guida, ditecele voi - ma sappiamo già essere tristemente poche, come è lecito attendersi dalle eccezioni) è figlio di un anelito d'amore o speranza nell'umanità: piastrelle, bancone, legno ed eventuali balaustre, ballatoi, ringhiere, mensole sono in genere un campionario del peggio che sia mai stato prodotto nei rispettivi settori - dorature improbabili, finti graniti e bare di legno laccate che sembrano uscite dallo yacht affondato di un industrialotto arricchitosi coi cavalli. Si faccia attenzione: tali valutazioni non dipendono da chissà quale gusto di cui solo il sottoscritto è depositario. Lo sanno anche loro.
La maggior parte dei bar sceglie il peggio con coscienza, risentimento e rancore - va incontro al brutto per confermare una visione dell'esistenza caratterizzata da un profondo cinismo (spesso figlio di dolori fiscali) e da un generico imbarbarimento dei costumi - cui non opporsi per evitare guai.
Chi non ne fosse convinto, si trattenga un po' di più in uno dei tanti bar tabacchi della città - a qualsivoglia ora del giorno.
Scoprirete presto, tra le altre cose, un'area dedicata ai videopoker - praticamente l'equivalente delle stanze del buco o, se preferite, di una sorta di Sert con le ciliegine al posto del metadone.
La popolano individui dannati per l'eternità - o perlomeno fino all'orario di chiusura - che imperterriti si scontrano con le leggi della statistica, con il loro pacchetto di MS e con un senso di vuoto che neanche la peggiore delle vostre domeniche pomeriggio. E' gente che sta male, e non c'è bisogno dello stetoscopio per affermarlo - e i tabaccai/baristi o chi per essi riescono a lasciarsi passare davanti agli occhi queste umanità in caduta libera senza mai dire nulla.
Neanch'io sono per l'intrusione nelle vite e nelle rovine altrui, ma cristo - sei tu che stai dando loro il veleno, sei tu che cambi loro le monete, sei tu che hai scelto di averli lì, sei tu che hai scelto che continui così.
Qualsiasi giudizio, anche il più cinico, si abbia in merito, è tristemente inevitabile riconoscere a buona parte dei baristi una capacità di epoché e di distanza dalle cose umane che solo un cattivo della Disney potrebbe vantare.
Ma come appunto la Disney insegna, i cattivi perdono.
In questo caso, perlomeno, perdono clienti.
Del come e se ne parlerà nei successivi tre capitoli, cercando di trovare qualche esercizio che sfugga alla regola.

P.S. Non è un turismo che consiglio, ma al bar di Piazza Piola il triste parallelo tra stanze del buco e videopoker raggiunge una concretezza sfolgorante: le tristi macchinette (parte del ricavato delle quali va dritto nelle casse dello Stato, che le monitora con l'aiuto della Siae) sono confinate in una sorta di grotta-tabacchi all'interno del bar stesso, in un punto in cui la luce del sole non arriva nemmeno nelle mattine di luglio.

P.P.S. L'insegna che campeggia sopra il post è in viale Romagna: il bar - da poco ex tabacchi - non è certo tra i peggiori, ma inevitabilmente soffre più di ogni altro la distanza ideale dal proprio nome.

8 commenti:

Massimo ha detto...

Sembra paradossale che il vuoto possa acquisire forma

Marco ha detto...

al baretto sotto casa ho assistito alla classica eccezione: faccio colazione e alle macchine c'è un signore che butta monete come se non ci fosse un domani. Si presenta con altri 50 (dico 50) euro al banco a farsele cambiare. Beh, il barista gli ha fatto notare che era già un'ora e passa che era attaccato alla macchinetta e si è rifiutato di cambiargli i soldi. Purtroppo, nel secondo baretto di zona, le eccezioni temo che non si verifichino

davide ha detto...

è semplicemente una droga. come tante altre: internet, i farmaci...

Nico ha detto...

Vedo fior fior di anziani che si giocano la loro pensione. Ragazzini che si mangiano la loro paghetta.
Uomini, precari, disoccupati che nonostante ciò, inseriscono monete con movimento meccanico e pupille dilatate.
Uno spettacolo pietoso. Degrado della società.

Anonimo ha detto...

c'ho un amico che c'è dentro fino al collo(ed è +ttosto lungo) il barista non lo aiuta a smettere, ma di fatto penso sia + colpa dello stato che ti dice:"gioca responsabilmente, MA GIOCA MI RACCOMANDO"

Paci.Digei ha detto...

Come ho scritto anche sul Faccialibro, qua a Taranto (più vicina all'Africa che a Milano, per intenderci) sul fronte culinario non mi posso lamentare. Soprattutto, un alimento ("uno" per così dire) di cui andare fiera per tutta la Penisola è la PUCCIA, sia per la ricchezza calorica e di gusto/i, sia per il costo (a quanto leggo dal prezzario milanese) irrisorio. Tre euro e cinquanta e ti passa la paura. E pure la fame (sfido io!).
T'oh
http://www.cookaround.com/cpg134/albums/userpics/11425/aq2.jpg

Sul "Ci vuoi il cacao?" è vero che prima non c'era questo taboo, perchè prima ce lo mettevano direttamente. Io sono della scuola di pensiero che un cappuccino senza cacao è come il sugo senza pomodoro, o te che riesci a suonare a bocca chiusa, insomma XD. Poi vabbè, io il cacao ce lo metterei pure sul suddetto sugo, perchè sono golosa. Ma forse s'è creato il taboo proprio per la tua scuola di pensiero a sfavore della polvere marrone. L'importante è che rimanga in commercio, altrimenti non c'è ragione d'esistere.

Amaranta ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Amaranta ha detto...

Zona città studi, via Golgi.
Dopo un tristissimo pranzo in mensa mi accingo a tornare a casa con la voglia di vivere di una platessa spiaggiata.

Decido di fare una strada alternativa finendo, inevitabilmente, per perdermi, visto e considerato il mio scarsissimo senso dell'orientamento. Fatto sta che mi ritrovo in zona ignota. Non fosse stato per il vento che ha risvegliato la mia simpatica cervicale era una giornata stupenda, quindi me la sono presa comoda e ho iniziato a guardarmi intorno. Dopo un poco sono inciampata in un "Happy Bar". Mi è venuto in mente proprio questo post. Infatti questa presunta isola felice sfoggiava facce molto poco happy e, sinceramente, piuttosto truci. Grigne che ti vien da chiederti cosa effettivamente finisca nel tuo caffè e nel tuo panino. Meglio non saperlo, in fondo.
Il locale era decisamente anonimo, ma la dicotomia tra personale e insegna era interessante. E piuttosto triste in realtà.
Le piccole lampade che pendevano dal soffitto (se ben ricordo, potrei confonderlo con un altro) sembravano voler chiedere con lo sguardo all'avventore di salvarle. Non so perché, anche loro non avevano un'aria molto Happy.
Peccato, comunque, se i due loschi individui al bancone avessero avuto aria meno incazzosa mi sarei fermata volentieri e rifornirmi della dose di caffeina quotidiana. Prossima volta, se mi perderò di nuovo da quelle parti.

A parte ciò, domanda che mi gira in testa da un po': per bar di Piazza Piola intendi il "Bar Mundial"? Ammetto di non averci mai messo piede, mi mette angoscia, appunto per il fatto che dentro ci sia sempre un'aria lugubre (se poi si aggiunge anche la nebbiolina delle otto meno dieci del mattino e la previsione di dover passare ore a seguire lezioni con docenti di per sé poco brillanti diventa un'ottima ragione per autoconvincersi a rimanere a casa. E fare colazione lì.)