lunedì 27 dicembre 2010

ALLA DERIVA: Parchi e giardini 1/2 - Come cancellarli



A intervalli più o meno regolari, Milano si accorge di respirare male: sofisticatissimi rilevatori (o rivelatori?) di polveri sottili e altre amenità avvertono tramite le redazioni di giornali prescindibili che soglie oltre le quali neanche Città del Messico sono state oltrepassate.
Un allarme periodicamente strillato che aggiunge poco o nulla alle proprie umili intuizioni. Dato che attaccarsi a un tubo di scappamento è intuitivamente dannoso, averne migliaia che ti circondano troppo bene non potrà fare.
Il sindaco di turno fa un paio di dichiarazioni attendiste e, se si è davvero messi male, indìce pagliacciate come le domeniche a piedi, iniziativa che ti impedisce di prendere la macchina nell'unico giorno in cui riusciresti a circolare, lasciandoti nel contempo tutto il tempo per 1) odiare i tassisti più di prima 2) scoprire che i mezzi arrivano tardi anche con le strade sgombre 3) rischiare comunque di essere investito in bici da uno degli innumerevoli veicoli con specialissimo permesso di circolare che sembrano aver tutti tranne te.
Le polveri tornano nella comunque orrenda norma per qualche ora e poi si ricomincia.
La discussione si sposta quindi sul verde (secondo una singolare teoria che vede gli alberi come dei mangiasmog forniti e inaffiati da Madre Natura in persona) e giuro di ricordare un qualche sindaco o assessore tirar fuori un qualche studio per il quale, tra le metropoli europee, Milano avrebbe uno dei più alti coefficienti di verde dentro l'area urbana.
Difficile dire quale verde sia stato conteggiato - se ci rientri anche quello dei semafori o dei campionari di moquette scadente o dei campi da calcetto coperti o dei cinque euro - fatto sta che chiunque a Milano ci viva non può che ritenere la sua intelligenza offesa.
Qualora si abbiano dubbi in merito, una visione dall'alto della città - arrampicatevi, affittate una mongolfiera o infiltratevi nel nuovo palazzo della regione - li fugherà. Quello che vedono le aquile e le antenne altro non è che un enorme paciugo edilizio che ha come scusa i bombardamenti e come predominante il grigio piccione.
I parchi spelacchiati sgomitano per farsi vedere, accerchiati dalle gru e dalle parabole e dagli attici degli assessori che dicono cazzate.
A tarpare ulteriormente ogni loro entusiasmo, si è pensato bene di cancellarli, recintarli, impacchettarli e, nei casi peggiori, dar loro nomi di nuovi improbabili eroi per soddisfare giunte revisioniste e presuntuose che credono che amministrare una città voglia dire cambiare i nomi alle cose e mettere in piazza a Natale un albero più alto di quello dell'anno prima.
Ecco quindi spuntare un parco per Sergio Ramelli, i giardini Indro Montanelli e ancora i giardini Quattrocchi (non il puffo, ma il mercenario ucciso dopo aver detto una battuta scritta forse da Totti che ha fatto sentire tanto fieri i paramilitari della penisola. Quindi sì, il puffo) e quello dedicato a Oriana Fallaci (la consolazione ovviamente è poter portare un qualsiasi quadrupede a cagarci sopra).
E mentre qualcuno provvedeva a tali battesimi, altri provvedevano appunto alla cancellazione (è singolare che mettere cancellate diventi cancellare così facilmente) di punti chiave della vita libera della città.
Vale a dire, su tutti, il Parco Sempione e Piazza Vetra (o Parco delle Basiliche, ma nessuno l'ha mai chiamato così).
Due casi chiave nella recente storia del naufragio milanese - dato che negli anni novanta erano due dei massimi punti di aggregazione incontrollata per buona parte degli studenti milanesi e non solo.
Il primo, che si estende dal castello sforzesco all'arco della Pace, ospitava ogni giorno fiumane di giovincelli ardimentosi, bigianti, pensanti, fumanti.
Inevitabilmente, al seguito, una nutrita schiera di spacciatori che nascondevano dietro ai cespugli il più classico dei fumacci da campetto (ricordo che, ancora 15enne, andai a comprare da un gruppetto di marocchini che non facevano altro che giocare a frisbee, e quando c'era richiesta semplicemente lanciavano il frisbee verso il cespuglio chiave - e chi andava a recuperarlo tornava con il fumaccio sotto al frisbee. Furono beccati credo poche ore dopo, ma il piano era lodevole).
Mi sembrava il centro del mondo, un luogo da cui far partire rivolte o discese agli inferi, dove diventare grandi e fare sbagli e dare baci e correre rischi e darsi pugni. Da fuori, agli occhi di chi grande già era, doveva invece sembrare un grosso giardino in cui era diventato più complicato andare a far pisciare il cane - perché era pieno di ragazzini sdraiati e di negri loschi. Sarebbe stato sufficiente prendere in mano la situazione, fare distinguo e controlli per evitare che la situazione degenerasse o che la malavita seria si intrufolasse più profondamente, sarebbe bastato intervenire con misura e severità, lasciando che restasse per molti prima di tutto un luogo dove sentire la propria città.
E invece.
Ci fu una pioggia di telecamere, di cancelli e di polizia, e da un giorno all'altro a Parco Sempione diventò un posto da evitare come l'ufficio del preside.
Uguale destino ebbe Piazza Vetra, che condivideva col Sempione vitalità e problemi analoghi. In quest'ultimo caso, date le ridotte dimensioni dell'effettiva zona prato, i cancelli parvero - e paiono tutt'ora - un vero affronto alla libertà di movimento (non quella dei cani e rispettivi padroni, ora incontrastati sovrani di ogni giardino milanese) e al buon senso.
Superfluo aggiungere come nulla sia cambiato nella quantità di stupefacenti all'interno dei confini cittadini: negli ultimi dieci anni, i quindicenni fuori dai parchi non devono neanche seguire i frisbee per avere un po' di coca, droga che si trova meglio con l'asfalto e che per molti e noti motivi non ha neanche tutto questo bisogno di non farsi vedere.
Chiude la poco invidiabile rassegna di parchi e giardini che appunto la sera chiudono, il misero giardinetto di Viale Montenero - protagonista suo malgrado di pietosi scontri municipali degli ultimi anni. La storia è un esempio chiave del recente andazzo milanese: capita che un bar tra i molti, anni fa, decida di mettere la birra a tre euro - che a Milano è un evento - il mercoledì. La voce gira, la gente arriva e si accalca nel praticello antistante (vedi a inizio post foto d'epoca raccattata in rete). Nel frattempo l'offerta decade, ma la gente non se ne accorge e ne chiama altra. In breve, grazie a un passaparola furioso e a un evidente bisogno di sentirsi-in-mezzo-a-tante-persone-che-bevono-per-non-sentirsi-soli, il giardinetto diventa meta ogni mercoledì di un enorme popolo senza idee e anche senza colpe. Una sorta di gigantesco intervallo dove scorrazzare da un gruppetto all'altro con la birra in mano o restare in disparte a far finta di aspettare qualcuno.
Mercoledì dopo mercoledì, ecco farsi strada il solito copione: i giovini fanno baccano, i giovini buttano le bottiglie per terra, i giovini si sono organizzati e si portano le birre da casa invece che comprarle nel bar di cui sopra o in esercizi limitrofi con evidente mancato guadagno dell'economia della zona.
E cominciarono le retate e gli agguati di vigilaglie e polizieidi assortite.
Nessuno sembrava aver notato i vantaggi della situazione, del fatto che migliaia di persone si radunassero ogni mercoledì in un posto senza nessun apparente motivo - un fenomeno che si poteva con intelligenza (o con malignità, a seconda del soggetto) trasformare in qualcosaltro con sforzo minimo, un migliaio di persone e più al quale si poteva dare un motivo.
Macché. Un bel giorno si decide di cancellare il giardino, iperbole con cui si cerca di descrivere una sorta di isola di traffico con sopra un totale di forse duecentomila fili d'erba e dieci alberi dieci.
Un paio di settimane di proteste, qualche sit-in e poi le ruspe - ma in fondo era difficile unire in una lotta gente a caso che si ritrovava lì solo a bere, a condividere solitudini e avverbi di circostanza e una legittima voglia di stare all'aperto con altri simili.
Un cancello verde - per farlo rientrare nel conteggio di cui sopra - che lo percorre tutto con paletti appuntiti come baionette e così vicini l'uno all'altro da lasciar intravedere appena il resto della cancellata (che è tipo otto metri più in là).
Chi lo costeggia oggi senza sapere la storia dietro, crederà che tra quei quattro fili d'erba vi sia un tesoro, uno scrigno da tenere al sicuro quando arriva la notte e i briganti scorrazzano.
Quindi, quando tutto era ormai finito e i giovini erano stati sparpagliati di nuovo con successo, il coup de theatre, l'affronto ultimo della marmaglia che dirige questo squallido borgo, la dimostrazione che neanche se restassi chiuso per un anno in ascensore con uno qualsiasi di loro riuscirei a giungere a una sola verità condivisa.
Ovvero, di nuovo, il nome - la modalità di rivendicazione preferita dai barbari senza storia.
Non so chi l'abbia proposto e non so quanti a Milano lo sappiano, ma ora quel cagatoio per cani conteso ai giovinastri che avevano semplicemente trovato un modo dove trovarsi che non fosse facebook, quella nuova conquista dei cittadini dormienti e complici si chiama Parco del Muro Di Berlino, o meglio ancora Giardini 9 Novembre 1989.
Ok. Fatemi uscire dall'ascensore please.

venerdì 24 dicembre 2010

ALLA DERIVA - Phone Center o dell'integrazione pericolante





Tra le tante piccole e grandi paure che frenano questo paese, ha spiccato per deficienza in questi anni il decreto Pisanu - che costringe chiunque decida di offrire una connessione wi-fi a
1) chiedere il permesso al questore
2) chiedere i documenti a chiunque vi si colleghi
3) documentare su un apposito registro tutti i movimenti e i siti visitati da ciascuno dei fruitori
4) conservare detto registro fino a più infinito per eventuali controlli.
Un caso tutto italiano motivato dalla ormai leggendaria lotta al terrorismo - una singolare attività occidentale nata 9 anni fa che ha come principali attività il cercare gente con la barba lunga e il turbante nelle grotte del deserto afghano e il cercare gente con la barba lunga nel resto del mondo, specie quella tanto furba da aprire siti in cui organizzare attentati come fossero partite di calcetto.
Stupisce che negli anni 70 si riuscissero a fare dieci volte gli attentati che si fanno oggi con l'ausilio dei telefoni fissi, dei fax e nulla più.
Potere del passaparola?
Ciò detto, pare che il decreto Pisanu non verrà prorogato oltre il 31 dicembre e, anche se non è chiaro cosa ci si debba aspettare dal giorno successivo, è lecito immaginarsi che esercizi di ogni genere comincino a sparare il segnale wifi tutt'attorno senza perquisizioni di sorta.
E' ancora da capire se questo nuovo scenario decreterà la fine del pittoresco mondo degli internet point milanesi - che internet point non si sono mai chiamati.
Finora infatti, fatta eccezione per pochi sparuti e tragici casi di internet cafe (con burocrazie degne delle 12 fatiche di Asterix, prezzi indegni e una puzza sotto il naso epocale, manco ti facessero viaggiare nell'iperspazio), l'unico modo per controllare la posta in giro per Milano era (o meglio è - ancora per le prossime settimane) entrare in un phone center.
Nascosti da vetrine che recitano quanto costi al minuto una chiamata in Bangladesh o in Siberia (curiosamente, sempre molto meno di quanto io spenda per chiamare gente che abita quattro isolati più in là), i phone center sono stanzette generalmente fatiscenti che sfidano i metri quadri per cercare di piazzare quante più cabine telefoniche possibili. A lato, scrivanie che neanche il primo prezzo ikea con su altrettanti computer dove connettersi via skype col Perù o con la Nigeria.
Nello spazio che avanza, la cassa, dove mostrar documenti e inviare soldi in Turkmenistan o in Siam (pagando commissioni da strozzini a compagnie che per effettuare il trasferimento spendono qualcosa di asintoticamente vicino allo zero).
Entrandovi, è difficile intercettare una sola parola italiana: inevitabilmente, la frequentazione dei phone center è quasi interamente straniera, spesso divisa per continenti (difficilmente nei phone center africani dietro porta venezia vedrete colombiani - e viceversa in quelli a predominanza latina).
Milano è infatti capitale europea di dis-integrazione: nonostante la percentuale importante di ospiti d'ogni dove, è praticamente impossibile incontrarsi con altre etnie in spazi comuni che non siano i mezzi pubblici (che brillano per reciproca ostilità di tutti contro tutti).
Esistono locali per cinesi, locali per sudamericani e locali per italiani - ma non c'è pericolo che ci si trovi tutti assieme a mangiar qualcosa, a guardare un concerto o sadio cosaltro.
Per anni, in mancanza di un portatile o semplicemente spinto dalla poca voglia di restare in casa, i phone center mi hanno offerto riparo e connessione.
Dentro ci ho trovato umanità d'ogni sorta, fotografata nel cruciale e spesso bellissimo momento di contatto con famiglie distanti migliaia di chilometri.
Ognuno a modo suo: sudamericani che urlano nelle cornette come ossessi, probabilmente per dire cose tipo "ciao" o "che tempo fa lì" (da fuori e senza sapere la lingua, una telefonata di mia nonna gallipolina dev'essere identica), bambini collegati via skype con lo zio che suda via webcam da Calcutta, l'ucraina di fianco che ti chiede come entrare su facebook, e ancora cinesi che guardano video di popstar cinesi su youtube o egiziani venuti lì per scrivere su Word e poi stampare il menu della pizzeria (un giorno ne aiutai uno per il menu di capodanno, e mi mimava i piatti perché non sapeva che nome avessero).
Insomma, un raro - a Milano rarissimo - momento di incrocio e contatto tra popoli.
Certo fare il primo passo può non essere facilissimo: bastano pochi passi e ancora meno sguardi in alcuni phone center per rendersi conto di essere uno dei primi italiani mai entrati lì dentro. Ma il dubbio d'essere fuori posto è lo stesso che ha quello dietro la cassa del phone center ogni volta che entra in un negozio italiano.
Se dio (uno a caso) vuole, in alcuni phone center situati in luoghi strategici e spesso vicino a università o simili, si comincia ultimamente a notare un sano miscuglio di facce, colori e taglio degli occhi - italiani compresi.
Uno di questi, Jasmin Phone, gestito da un libanese dal sorriso perenne e dalla barba di matusalemme, mi ha fornito la rete per oltre tre mesi, quando a casa latitava - e più di una volta mi ha tenuto da parte chiavette o portafogli dimenticati lì - mentre con felicità osservavo un crescente numero di popolazione indigena milanese recarvisi per i motivi più disparati.
Una sera però, mentre posto date dei Ministri su Facebook seduto su uno sgabello pericolante, irrompe la Polizia. Sono in cinque, in borghese, e come da copione sono delicati e educati come cinghiali in un orto.
Il libanese sorridente viene assalito e gli viene intimato di mostrare per filo e per segno la navigazione dei due marocchini che avevo a fianco (uno alle prese con faccialibro come me, l'altro che guardava il sito di Trenitalia).
Il libanese sorridente (ora meno) cerca i tabulati ma il computer - che ha vent'anni e sta insieme col vento a favore - s'impalla. Nel frattempo, ai presenti è fatto ordine di non muoversi dallo sgabello pericolante, e i pulotti, sempre più minacciosi con chiunque in quella stanza non parli bene italiano (cioè tutti tranne me e una parte dei poliziotti), incominciano a chiedere documenti, permessi di soggiorno, motivi della presenza e dettagli sull'attività in rete di ciascuno dei presenti, per poi ricominciare a strigliare il libanese sorridente minacciandolo d'ogni cosa se non avesse tirato fuori una sequela infinita di documenti relativi al phone center.
Il libanese in questione ha una conoscenza dell'italiano pari a quella che ho io del cinese, figuriamoci cosa capisce di burocrazia strillata in calabrese dal pulotto antistante. In quanto italiano, sono l'unico salvo dal sospetto di attività terroristica, ma d'altronde nessuno capisce il motivo della mia presenza lì dentro - quindi per sicurezza mi tengono lì in stato di fermo.
Fuori, oltre il vetro con le tariffe per il Bangladesh, mi aspetta una persona - ma mi è proibito uscire o dirle cosa mai stia succedendo.
Per l'appunto, cosa stava succedendo? Cinque persone di nazionalità diverse si facevano i cazzi loro seduti vicini vicini davanti a computer rattoppati, chiedendosi occasionalmente aiuto casomai uno non fosse riuscito ad aprire la propria casella di posta o a stampare il proprio curriculum o a disimpallare il computer. E dietro il bancone, un libanese reo di non poter dimostrare quali cazzeggi avesse fatto su internet quello più arabo dei presenti.
Per trenta minuti, nel mio phone center di fiducia gli italiani sono in maggioranza - ed è il momento più brutto che abbia mai passato là dentro.

mercoledì 22 dicembre 2010

ALLA DERIVA - Bar 4/4 Le inevitabili conseguenze (l'evoluzione cinese)

bandiera cinomilanese


La spudorata avidità del bar milanese medio - che ricorda quella dell'Autogrill medio (cioè dell'Autogrill, dato che sono tutti uguali) - non poteva non destare l'attenzione di chi è per struttura, ideologia e formazione, capace di vette di avidità e furbizia ben più alte delle nostre.
Ovvero, i compagni cinesi - che hanno in mano Milano più o meno come mio fratello ha in mano il tabellone di Risiko quando sta per tirare fuori l'obiettivo.
Non c'è bisogno di essere dietrologi o impiegati del catasto per osservarlo: semplicemente, vai sotto a casa a prendere il cappuccino e, a dartelo, al posto di Mario, c'è Wang Xiu - che per comodità ha per altro deciso di farsi chiamare Mario. Il caffé in media non è peggiore di quello che bevevi prima e scopri che non ti mancano poi tanto le frasi di circostanza di Mario 1.0.
Insomma, è tutto identico - il che vuol dire che neanche a Wang Xiu gliene frega un granché di metterci dell'anima dentro alle patatine, all'impianto stereo, ai tavolini e via dicendo. Se vuoi un succo di frutta, come in un qualsiasi bar milanese di milanesi, quello ti prende un succo di frutta dal frigo, lo apre, lo versa in un bicchiere che speri pulito e te lo mette sul bancone (costo dell'operazione: circa 3 euro, roba che se mi dici dov'è il frigo lo faccio io). Solo che, in più, capisce che per battere il bar di fianco è meglio fare i furbi alla cinese - che vuol dire abbassare i prezzi e tenere aperti più o meno sempre.
Se il bar di fianco è italiano, incomincerà a dire che è impossibile lavorare così tanto e fare prezzi così bassi, che di sicuro fanno qualcosa di orribile nel retrobottega. Se il vicino è già un bar cinese, si limiterà a togliere il più o meno e comincerà a stare aperto sempre. Il che è un indubbio vantaggio per te che cerchi una brioche a pasqua (ma non solo: i cinesi a Milano ti salvano la vita e la pancia spesso e più che volentieri), ma vuol dire anche che il bar in cui entri è praticamente la concretizzazione dei non-sogni dell'italiano che c'era prima - attuata da uno che sa far cassa senza chiaccherare troppo.
Valga ad esempio il geniale insediamento di una gestione cinese in uno sciagurato bar di Viale Corsica: i china entrano, non cambiano nulla - insegna, bancone, nomi e composizioni dei panini - ma si limitano ad abbassare vistosamente i prezzi cancellando col pennarello i precedenti sul menu e scrivendo in malo modo di fianco i prezzi nuovi. In più, si inventano una tesserina che panino dopo panino accumuli punti e vinci i premi dietro al bancone - ovvero una sequela di oggetti improbabili recuperati a destra e a manca, che vanno dall'oscar mondadori sbiadito di Susanna Tamaro alla finta sciabola cinese al buddha porta spazzolino alla sciabola vera (premio massimo, tipo dieci tessere complete). Come dire: non solo facciamo i panini uguali a quello che c'era prima, ma li facciamo pure pagare meno e ti regaliamo quello che abbiamo trovato in soffitta.
Geni.
Che i cinesi siano il nuovo step evolutivo del milanese? Del resto, lo struzzo viene dopo il velociraptor - non viceversa.

domenica 19 dicembre 2010

ALLA DERIVA - Bar 3/4 Considerazioni inattuali sulla musica da bar

hopper lego

Immagino che gestire un bar non sia cosa da nulla - come più o meno qualsiasi cosa si scelga di fare con l'obiettivo di arrivare a fine mese (eccezion fatta per i maestri di surf australiani e i notai).
E molti gestori di bar leggendo quanto scritto sopra, probabilmente non vedono l'ora di darne in mano uno a me o a un qualsiasi milanese indignato - per vedere che razza di disastro riusciremmo a combinare.
L'argomentazione principe è che se il bar di fianco incomincia a fare il furbo, o fai il furbo anche tu o in tre mesi chiudi.
Neoliberismo da bancone insomma - che però curiosamente non attechisce in buona parte del resto d'Europa, dove spesso i bar sembrano effettivamente l'espressione di un progetto/sogno di chi l'ha messo in piedi.
La musica, per me inevitabilmente non secondaria, è un'ottimo campo d'analisi: nelle grandi città europee e non solo, chi gestisce il posto decide quali note debbano invadere il locale - che si tratti di Wagner, reggae o di musica neomelodica bavarese. La cosa non dovrebbe stupire: negli anni passati a metter via soldi per metterlo in piedi, passati a sognare e progettare, ci sarà stata pure una sera in cui avrai detto al tuo compagno di sogni e poi metteremo la musica che vorremo noi e la gente verrà per ascoltarla e alla mattina ci sarà Schubert e a pranzo Satie e alla sera Donald Fagen e non ci sarà un altro bar con la musica uguale.
Bene, a Milano non accade nulla del genere.
Il novantotto per cento dei bar (la percentuale è figlia del mio ingiustificato ottimismo, non della mia esperienza che direbbe cento) ha semplicemente la radio.
E non, che so, una delle diecimila ottime webradio che si possono trovare in giro: no, la radio italiana - quell'esperienza orribile e offensiva che mette in rapida sequenza ore e ore di pubblicità ad altra pubblicità, inframezzata da successi del 1989 e speaker felici di non si sa che cosa mentre dicono parole circa questioni di cui non vogliono sapere nulla parlando occasionalmente al telefono con gente che vuole semplicemente salutare quelli a casa.
E tu, dopo tutta la fatica che hai fatto per mettere su il tuo bar, non sai far altro che accendere la radio, obbligando chi beve il caffè all'attacco senza senso di venditori di macchine, caffé, assicurazioni, satelliti e musica di merda, ai jingle ostinatamente eccitati, ai luoghi comuni che già i bar ne sono pieni, alle sigle e alle notizie delle agenzie su che cosa ingrassa e cosa no che cominciano sempre per pare che.
La tragedia è che nel bar di quello che cerca di fare il furbo dieci metri più in là, succede esattamente lo stesso.
Vedi mai che se mettessi un po' di musica decente, o semplicemente se ti mettessi in gioco, la gente comincerebbe a venire a ingoiare i tuoi di panini - qualsiasi cosa tu ci metta dentro, qualsiasi cresta tu ci faccia sopra.
Vuoi vedere che non sei furbo né tu né quello di fianco.

PS: ieri a Bologna bevevo un vodka lemon grosso così in un baretto coi tavolacci e i libri da spulciare e la gente contenta. E in sottofondo, ma neanche troppo, c'era Nick Cave. E poi qualcosaltro deciso da qualcunaltro. Da qualcuno, non dagli interessi di un gruppo editoriale o da quelli che comprano gli spazi pubblicitari per i biscotti o dalle marie de filippi o dai mafiosi travestiti da realisti o semplicemente dagli stupidi e dai poco curiosi. Insomma, si può fare.

venerdì 10 dicembre 2010

ALLA DERIVA - Bar 2/4 Supremazia della pausa pranzo

I discutibili talenti dei baristi milanesi sono diretti responsabili anche dell'atroce fenomeno della pausa pranzo, evento socio-atmosferico che avvolge tutta la città (con picchi preoccupanti nelle zone circostanti uffici) dalle 12 alle 14.30 come un'aurora boreale di salsa e cotolette scongelate.
Da alcuni anni, i bar si sono accorti che speculando su secondi travolti dalle microonde e ravioli di marmo possono pagarsi le rate della bmw nuova senza rinunciare al satellite. Ma andiamo con ordine.

FARCIRE E' UN PO' MORIRE

ciardi copy


In prima fila nella dieta tutt'altro che mediterranea del milanese medio, resistono ancora i panini - accatastati, impilati, piramidati, con didascalie del tipo "carpaccio di bresaola" derivanti dal fatto che pur di risparmiare sul salume i milanesi stanno diventando dei tagliatori che neanche quelli del pesce palla - dal prezzo oscillante tra i 4 euro e i suoi multipli.
Con picchi preoccupanti: rasenta la denuncia la filiale (non è un caso che si usi un termine tipico del sistema bancario) de "il Panino Giusto" in centro città - che con acrobazie linguistiche degne di Borges è capace di farvi pagare financo otto euro paninetti di dimensioni festa-delle-medie con prosciutto cotto (di cui per l'occasione verrà citata la provenienza, l'affumicatura o il nome del maiale) con un indizio di paté sulla mollica. Seguono a ruota pressoché tutti i bar della zona - e il panino sarà tanto più corto quanto più vicino al Duomo.
Se proprio di panini bisogna morire, lo si faccia con stile.
In Crocetta, nel bar omonimo, di fianco al Teatro Carcano, da molti non so quanti anni vengono serviti panini-monstre che in generale le donzelle fanno fatica anche solo ad addentare. Il costo rimane importante (dai 6 euro in su) ma qui si parla di un pasto completo con successive promesse di non mangiare nulla la sera che viene. Nota biografica: qui, in un'ubriacatura pomeridiana a 16 anni conobbi le potenzialità della voce di Divi, che dopo un paio di tennent's incominciò a strillare pezzi dei Nirvana e degli Oasis, per farmi capire che faceva sul serio.
Di uguale peso affettivo e calorico è Margy Burger(Ciardi, al secolo), sorta di anomalo fast food alla milanese che offre - in una cornice di legno d'altri tempi - principalmente panini con wurstel e crauti rossi, hamburger di varie stazze, sandwich col landjeger o con lo sgombro (pesce generalmente ignorato dai grandi circuiti di franchising). Le foto dei panini sono le stesse di quando avevo otto anni e mia madre mi portava a ingozzarmi dopo il cinema - quando ancora c'erano i cinema in centro, ma questo è un altro discorso. Ottimo anche dopo le manifestazioni, dato che l'ubicazione - Piazza Santo Stefano - è quasi sempre di transito o destinazione per la maggior parte dei cortei milanesi.
In coda alla veloce e sicuramente incompleta panoramica dei panini milanesi seri per la pausa pranzo un ameno e anonimo baretto in viale bligny, all'altezza della Paolo Grassi, che senza nulla esporre e nulla promettere, per tre euro e mezzo compie veri miracoli. Un caso raro che ricorda una sana regola: se il paniname è già esposto, farcito e prezzato, non c'è da fidarsi.
Nascita e morte: vogliamo vedere tutto, noi.

INSALATONA PUNITIVA

tonno


Da molti anni ormai ci si trova però a fare i conti anche con primi piatti inquietanti, nature morte di maccheroni e sughi immobili che scorrono giù dagli spaghetti come cascate congelate in un giardino finlandese.
Seguono a qualche misura di distanza le insalatone.
Chiunque abbia fatto una sana vacanza al risparmio sa che il cibo più economico e - sul breve tragitto - capace di soddisfare o almeno riempire, sono le scatolette. Fagioli, mais, tonno e qualsiasi altra cosa l`uomo abbia deciso di costringere nella latta per i posteri. Provate a mangiarle per dieci giorni: sarete costretti a mettervi il balsamo di tigre sotto al naso come Dana Scully ogni volta che andate in cesso. Nessuno stupore: quando si mangia qualcosa che promette di essere buono fino al 2021, vorrà ben dire che buono non può esserlo mai stato. Le insalatone non sono altro che un impietoso mix di questi normalmente onorevoli rimedi per disperati, arricchiti da truffe a cielo aperto come la polpa di granchio o il palmito. Sei euro minimo - roba che in campeggio ci campavi una settimana.
Ovviamente la nascita e successiva affermazione delle insalatone è figlia dell'era pesoforma in cui ci ritroviamo ormai da almeno dieci anni.
Se vi interessa la faccenda e volete vivere un'esperienza veramente severa e annichilente, fate un salto al centro macrobiotico subito sopra all'ufficio del turismo francese in via Larga: l'ambiente, simile alla sala ricreazione di una clinica austriaca o di una setta con progetti suicidi, è capace di mortificare ogni appetito. Casomai degli scampoli dovessero resistere fino all'effettivo momento della nutrizione, saranno atterriti da una sequela di tortini e brodini che riescono a schivare il sapore, l'odore e tutte le principali caratteristiche dei cibi tanto da farvi chiedere se non siate effettivamente malati. A confermarvelo, un personale di suore travestite da maestre d'asilo che imporranno un silenzio grave e colpevole in sala, per poi chiedervi diversi dobloni. Comunque, un'esperienza - e ottima occasione per incontrare managerotti pentiti e signore-bene che portano in giro il cane e il flacone di antidepressivi.

PS: scopro che il palmito, vale a dire il midollo della palma con cui tanti panini e insalatone vengono sovraprezzati, si ricava principalmente dalle palme abbattute per motivi altri, quali - principalmente - la costruzione di nuove strade. Lo sapevo.

SOTTO IL CAPPUCCIO NIENTE

cappuccio

Anche se cronologicamente la colazione precede la pausa pranzo, gerarchicamente quest'ultima - che concede margini di guadagno ben più elevati - surclassa drasticamente il momento di cappuccio e brioche.
Fino a sovrapporcisi: già dalle nove e mezza del mattino, il barista medio milanese ha nei confronti del colazionaro il più totale disinteresse - e si adopera invece per cominciare a farcire panini e scolare scatolette di tonno per gli usi più svariati. Il risultato è spesso una confusione di odori e visioni che tramutizzano ulteriormente la misera brioche che vi ritrovate in mano - spesso gnucca come un buondì dimenticato dall'estate scorsa (in piazza 24 maggio, sotto i portici, ci sono le brioche buone - ma anche da tale Ponky's, che sembra il bar del Meazza, vicino a corso genova. Se volete ingrassare di un etto appena svegli, andate invece alla pasticceria eoliana di Via Ortica - dove mettono la ricotta anche sullo scontrino).
Vale la pena poi di segnalare una fastidiosa e ormai affermata novità della colazione milanese: quando ordini un cappuccino, quello oltre al bancone chiede ci vuoi il cacao?, ritornello nato negli ultimi due anni (prima, giuro, non succedeva) che probabilmente eccita l`annoiato barista ma che irrita chiunque abbia piu` di 12 anni o perlomeno me.
Perché al mattino già mi girano i coglioni e se lo volevo col cacao te lo chiedevo. Il cappuccino è una sequenza di caratteri alfabetici che indica una certa bevanda. Per il cappuccino col cacao si trovi a questo punto un`altra sequenza alfabetica, dato che non costa niente inventare parole. Non abbiamo tempo per perdere tempo col menu delle opzioni - specialmente a Milano.
Ovviamente esistono sparse qua e là pasticcerie d'alto rango (in media carissime e con quell'aria tra il bastonata e il saccente della Milano che non è più quella di una volta) che sono o sarebbero capaci di colazioni coi fiocchi, ma per motivi ignoti nessuno osa andare oltre all'onnipresente brioche gnucca.
Le mille esperienze di pasti mattutini che si consumano nel mondo sembrano non valere alcunché, a Milano sembra che il corpo umano abbia fisiologicamente bisogno di cappuccino, cornetto e null'altro per sopravvivere tra le polveri sottili.
Io, che al mattino mangerei anche il ragù di cinghiale, soffro e invidio terribilmente i peruviani che incontro davanti al loro consolato - già alle dieci pronti a ingurgitare zuppe, spezzatini e ali di qualsiasi uccello voli sulle Ande o sugli Appennini.

mercoledì 1 dicembre 2010

ALLA DERIVA - Bar 1/4 Decostruzione di un sogno

bar dei sogni

La prima e più netta impressione che si ha da un primo incontro coi bar milanesi è che per nessuna delle teste presenti dietro a cassa e banconi sia mai transitato il pensiero voglio aprire un bar tutto mio.
Con una certa legittima approssimazione immagini che in compenso sia passata l'idea voglio fare molti soldi e alla peggio voglio lavorare in un posto dove posso rubare i gratta e vinci (per poi fare molti soldi).
Pressoché nulla di ciò che vedrete in un bar di Milano (le eccezioni, come si diceva nella premessa di questa guida, ditecele voi - ma sappiamo già essere tristemente poche, come è lecito attendersi dalle eccezioni) è figlio di un anelito d'amore o speranza nell'umanità: piastrelle, bancone, legno ed eventuali balaustre, ballatoi, ringhiere, mensole sono in genere un campionario del peggio che sia mai stato prodotto nei rispettivi settori - dorature improbabili, finti graniti e bare di legno laccate che sembrano uscite dallo yacht affondato di un industrialotto arricchitosi coi cavalli. Si faccia attenzione: tali valutazioni non dipendono da chissà quale gusto di cui solo il sottoscritto è depositario. Lo sanno anche loro.
La maggior parte dei bar sceglie il peggio con coscienza, risentimento e rancore - va incontro al brutto per confermare una visione dell'esistenza caratterizzata da un profondo cinismo (spesso figlio di dolori fiscali) e da un generico imbarbarimento dei costumi - cui non opporsi per evitare guai.
Chi non ne fosse convinto, si trattenga un po' di più in uno dei tanti bar tabacchi della città - a qualsivoglia ora del giorno.
Scoprirete presto, tra le altre cose, un'area dedicata ai videopoker - praticamente l'equivalente delle stanze del buco o, se preferite, di una sorta di Sert con le ciliegine al posto del metadone.
La popolano individui dannati per l'eternità - o perlomeno fino all'orario di chiusura - che imperterriti si scontrano con le leggi della statistica, con il loro pacchetto di MS e con un senso di vuoto che neanche la peggiore delle vostre domeniche pomeriggio. E' gente che sta male, e non c'è bisogno dello stetoscopio per affermarlo - e i tabaccai/baristi o chi per essi riescono a lasciarsi passare davanti agli occhi queste umanità in caduta libera senza mai dire nulla.
Neanch'io sono per l'intrusione nelle vite e nelle rovine altrui, ma cristo - sei tu che stai dando loro il veleno, sei tu che cambi loro le monete, sei tu che hai scelto di averli lì, sei tu che hai scelto che continui così.
Qualsiasi giudizio, anche il più cinico, si abbia in merito, è tristemente inevitabile riconoscere a buona parte dei baristi una capacità di epoché e di distanza dalle cose umane che solo un cattivo della Disney potrebbe vantare.
Ma come appunto la Disney insegna, i cattivi perdono.
In questo caso, perlomeno, perdono clienti.
Del come e se ne parlerà nei successivi tre capitoli, cercando di trovare qualche esercizio che sfugga alla regola.

P.S. Non è un turismo che consiglio, ma al bar di Piazza Piola il triste parallelo tra stanze del buco e videopoker raggiunge una concretezza sfolgorante: le tristi macchinette (parte del ricavato delle quali va dritto nelle casse dello Stato, che le monitora con l'aiuto della Siae) sono confinate in una sorta di grotta-tabacchi all'interno del bar stesso, in un punto in cui la luce del sole non arriva nemmeno nelle mattine di luglio.

P.P.S. L'insegna che campeggia sopra il post è in viale Romagna: il bar - da poco ex tabacchi - non è certo tra i peggiori, ma inevitabilmente soffre più di ogni altro la distanza ideale dal proprio nome.

ALLA DERIVA - Guida in buona fede al naufragio milanese

milano rivolta

La mia città non ha ancora deciso a cosa assomigliare.
Da anni ormai oscilla goffamente tra una sorta di versione open air del primo piano della Rinascente, una città di provincia austriaca che in centro ti senti un turista anche se ci sei nato e un sequel della Milano che c'era prima - di quei sequel con il budget tagliato e il cast sostituito dai parenti del produttore.
Chi vive a Milano, chi l'ama o la ha amata, non chiede necessariamente che assomigli di più al film che ci si è fatti in testa (ad esempio, nella mia idea di Milano, ci sarebbero molti più tappeti saltanti e campi di minigolf - e capisco non tutti ne sentano il bisogno), chiede semplicemente ok, ma dove stiamo andando?
Anche perché se qualcuno pensava di intortarci con lo skyline (parola inglese che vuol dire che se abiti al quarto piano della casetta di fronte non vedi più il sole o - per l'appunto - lo sky), è arrivato fuori tempo massimo.
La speranza della nostra amministrazione è che noi si creda che i grattacieli esistano solo a New York e in Blade Runner - e che perciò, comunque vengano su, ci sarà da essere contenti di far parte di questo così esclusivo club.
Purtroppo per loro, anche la più stronza città della più stronza regione cinese ha una quantità di monoliti multipiano che a confronto sembriamo un plastico del Lego o un set futuribile di Pieraccioni.
L'idea quindi di diventare un posto così a dismisura d'uomo da farci sentire piccoli ma grandi dentro è decisamente da scartare.
Come è ugualmente da scartare l'ipotesi "città d'arte", dato che l'omogeneità architettonica e paesaggistica di Milano ricorda certi miei orribili accostamenti casual domenicali - del tipo pantaloni della tuta, calze spaiate, maglietta e golf di due blu diversi.
Eliminerei senza appello anche il modello "città dei servizi", ovvero quel genere di città che a vederle non ti dicono granché, però come arrivano in orario i tram lì / come funzionano le poste lì / come son gentili i tassisti lì / come trovi da dormire a poco lì / come sono gentili nei bar lì.
A Milano quasi nessuno vorrebbe fare quello che sta effettivamente facendo, e la giovialità ne è la prima vittima.
Rimangono poche desolanti alternative identitarie - tra cui spicca la dottrina della "città della moda", destino che riguarda pochi e quei pochi sono così scemi che neanche si accorgono che, in virtù della moda stessa, la città della moda presto sarà un'altra e poi un'altra ancora.
Propongo quindi di individuare per Milano una deriva (mi sembra a conti fatti il termine più adatto), che tenga conto di quello che c'è - che ci piaccia o meno - cercando di valorizzare le nostre pochezze e le nostre vergogne.
Per far ciò bisognerà essere impietosi, drastici, onesti e insieme incredibilmente positivi - come chi ha perso la fede nuziale in un cassonetto della monnezza e decide di volerla ritrovare costi quel che.
Nei limiti del tempo a disposizione e della buona salute della mia insonnia, l'intera città verrà scandagliata attraverso grossi filoni che - commercialmente o meno - la attraversano, dai bar alle palestre ai mercati dagli internet point ai ponti dai parchi alle panchine strategiche dalle metropolitane ai paninari generosi e ai paninari biechi dai luoghi segreti che segreti non dovrebbero essere e a quelli segreti che segreti dovrebbero rimanere.
Volta per volta saranno assolutamente bene accette segnalazioni di ogni genere, precisazioni, materiale d'ogni fede e bandiera, racconti e - soprattutto - eccezioni, che è quello di cui abbiamo più bisogno.

ps: il cartello in testa al post non è una photoshoppata, ma un singolare caso del magico mondo della segnaletica. Chi volesse verificare o andare a portarvi dei fiori vada verso Linate lungo viale Forlanini, giri a sinistra in direzione Idroscalo e lo vedrà splendere in mezzo a una rotonda.

domenica 28 novembre 2010

La verità non scalda.

Dieci anni fa ci si fidava della verità.
Non che la si incontrasse spesso, a dir la medesima, ma sapevi che era là - oltre le bugie e la sabbia sparsa per farla sembrare solo un rigonfiamento anomalo della realtà.
Era dietro, e giuravi di averle visto i piedi spuntare da sotto le tende.
Che si trattasse di una strage impunita o di un bacio non visto, sapevi che prima o poi si sarebbe fatta avanti e avrebbe distrutto tutto - con una violenza giusta e inarrestabile.
Credere di essere ogni passo più vicini, immaginarsela seduta lì ad aspettarti come un baule pieno di dobloni sul fondo dell'oceano.
Poi venne su come un sub che ha perso i pesi: ognuno se ne prese un pezzo e cominciò a dire io ce l'ho.
Quando le torri cadevano, quando la Polizia macchiava le lavagne, quando i primi partivano per andare nel deserto a fare non è ancora chiaro cosa, la verità era già nelle mani di tutti.
Ognuno con la sua parte sotto il materasso, più o meno ansioso di tirarla fuori.
Chi lo fece credette di dover usare ogni mezzo per farla vedere a tutti gli altri.
La verità te la portavano a casa - esaltati come giustamente dev'essere chiunque creda di averla tra le mani.
Cinque anni in cui venne fuori il più complesso e onnicomprensivo sistema di rivelazioni, intrighi, abusi, connivenze, violenze, ignominie che mai si fosse palesato all'umanità da Marx in poi.
Copriva e copre tutt'ora la quasi totalità dello scibile umano, con particolare predilezione per temi quali stragi di stato, rapporti tra il suddetto e la malavita, reati nei confronti di foreste, animali, popoli (in quest'ordine, generalmente), società segrete, reale composizione chimica della nutella, passati nazisti di questo o di quello, scie degli aerei, ufo in periferia di Prato, Stephen King assassino di John Lennon, allunaggi simulati e l'intera guerra del Vietnam usata come test per vedere se la Red Bull ti tiene sveglio.
Ovviamente non accadde (né accade) nulla.
La verità senza la lotta per arrivarci è niente di più niente di meno che la stima in chi te la sta dicendo.
Tanto lei è lì - ormai lo sai. Orrenda o dolciastra che sia, la tua voglia di farlo sapere a tutti si spegne ogni giorno di più.
E se non passa, l'effetto che fai è di chi vuol rifarti vedere il film bellissimo che ha appena visto e tu lo eviti dicendo preferisco guardarlo da solo pensando che non vuoi uno di fianco che ti chieda approvazione ogni tre scene e insomma alla fine eviti anche di vederlo anzi ti fa ansia solo pensarci.
La verità stanca.
E perché funzioni almeno un poco, dev'essere clamorosa e roboante.
Il consigliere comunale che - per comprarsi i ricambi della porsche in leasing - arraffa & sgraffigna, strappa meno indignazione privata dell'acqua che scende dal balcone di quella sopra quando annaffia.
Eppure è da lì che comincia la piramide, finalmente vedi dove comincia - ed è l'unico punto su cui volendo riusciresti a pisciare sopra.
E invece, vuoi qualcosa che faccia tremare il mondo e la pietra a punta che conclude la piramide.
Solo per il gusto di sentirla lontana, fin quando non ti diranno dov'è.
Forse non eravamo pronti a questo, ad averne così tanta.
Già ora c'è chi ha i conati al solo sentirne parlare - e ci vorranno anni prima che lui o i suoi figli tornino ad interessarsene.
Non avevamo neanche pronto un piano B.
Anzi, mentre a tutti si aprivano le porte per il backstage di tutto quello che è e che è stato, molti decisero di restare sulla pista a ballare.
A ballare finalmente la musica elettronica che fino a tre anni prima si chiamava musica da discoteca (e ognuno segretamente era innamorato almeno di una canzonaccia disco inconfessabile) - perché la verità appena venuta a galla era che non tutta la musica da discoteca faceva cagare.
Il che era indubbiamente vero, appunto.
Ma quello che cambiò fu che, mentre centinaia di artisti elettronici potevano finalmente togliersi le orecchie da asini, milioni di persone continuarono ad ascoltare musica da discoteca di merda - che magari tu stesso per qualche anno hai cercato di difendere in nome di un rinnovato progressismo, in nome di quella nuova verità.
E ti ritrovi, di nuovo ma con altri nomi, in momenti in cui attorno a te hai solo corpi che ancheggiano al buio in maniera più o meno goffa, la gente si urla nelle orecchie per chiedersi dov'è il bagno o la situazione coniugale, i ragazzi muovono le spalle come se fossero ripresi da una telecamera e le ragazze lo stesso col culo, il bar serve ghiaccio carissimo e tu stai aspettando da circa 120 battute che succeda qualcosa nell'inutile quattroquarti che qualcuno pagato neanche poco sta propinando a tutti da quando sei entrato.
E la verità è che non piace a nessuno.
Ma dovrebbero dirlo tutti.
Che abbiamo semplicemente voglia di parlare con qualcuno.
Quando ci riusciremo, cambierà tutto.

mercoledì 24 novembre 2010

Gli Angeli Non Hanno Le Ali - il problema degli aggiornamenti nella questione cristiana.

Volevano che crescessi senza Cristo.
Niente battesimo, niente ora di religione, niente comunione, cresima, presepi, ostie, preti, alberi genealogici, canzoncine, avemarie da imparare a memoria, niente oratori, niente vita dopo la morte, niente da dire prima di incominciare a mangiare, niente ottopermille, niente prete che ti entra in casa e ti spruzza i mobili, niente satana, angeli, gente con la barba, animali della fattoria, niente catechismo.
Fino ai 12 anni, la massima parte delle nozioni che avessi in materia Gesù e affini derivava da Indiana Jones e L'Ultima Crociata.
Mi dicevo: casomai mi trovassi a dover scegliere il graal giusto, comunque me la cavo.
Schivare Cristo era attività prediletta della mia famiglia tutta - e io ci presi gusto (tranne che per il presepe: adoravo i plastici dei trenini e mi piaceva questa possibilità di far modellismo sulla natalità).
Vivendo nell'hinterland della città del vaticano - altrimenti chiamato Italia - incrociai più volte il sommo e i suoi scagnozzi.
Che si trattasse di maestre di religione che cercavano di tenermi in classe per rieducarmi, di filosofia compromessa o dell'interminabile sequela di madonne con bambino/alieno in braccio che tanto nobilitano la nostra storia dell'arte, me lo ritrovavo sempre davanti.
Bastava alzar lo sguardo in classe: nella perenne sonnolenza, sopra l'ardesia il capellone dava spunti - e prima ancora di chiedergli chi ti ha ridotto così? capivi che quel qualcuno stava cercando di farti rientrare nella lista dei complici.
Così, tra un'ora e l'altra, salivo, lo toglievo e lo mettevo nell'armadio - in luogo asciutto e fresco come tutte le cose che si vogliono conservare a lungo.
Ma non venivo capito.
Negli anni a venire, tralasciando le brutture di cui gli uomini che si dichiarano intimi del capellone suddetto hanno portato avanti, cercai di entrare in contatto con i credenti.
Non quelli che ridimensionano la parola e la circoscrivono, e ti spiegano che Dio sì ma in un modo che so solo io, non i cattolici del credo perché non si sa mai, non quelli che cattolici si credono ma parlano da protestanti da stadio.
Un credente tondo tondo, uno che crede per filo e per segno, che fa tutte le cosine che bisogna fare, che dentro di sé ha una convinzione salda come la forza di gravità, una luce che abbaglia tutto il resto.
Avere dentro di sé una verità del genere dev'essere come aver fatto un giro su un ufo mentre portavi il cane a pisciare e tornare a casa sapendo che c'è dell'altro nell'universo e avere della gente davanti e cercare di convincerla.
Mica roba da nulla.
E ho trovato molti - quasi tutti over 70 - con una sincera e disperata voglia di credere a tutto il pacchettone Cristo.
Ovvio che il suddetto pacchettone ha un tragico problema di fondo: come un qualsiasi altro programma o medium, va aggiornato - e non poco.
Un testo scritto da pastori di venti secoli fa che equiparavano la donna agli animali della fattoria, che credevano che il sole girasse e i tuoni fossero vendette di un occhio iscritto in un triangolo, evidentemente col passare dei secoli ha cominciato a scricchiolare.
Una possibilità sarebbe quella di ritirare tutti i testi sacri in commercio, tirarne fuori uno nuovo un po' più credibile e dire ehi ragazzi da oggi usiamo questo che con questo torna tutto. Un po' come quando si cambiava il sussidiario alle medie.
Una soluzione del genere, seppur gravosa sulle spalle della Compagnia, eviterebbe conversazioni problematiche come quella nel video che segue.
Giusto per citarne gli highlights: la dichiarazione dei redditi di Giuseppe e Maria, il problema del Mezzogiorno applicato a Betlemme e dintorni, perché Gesù andava in giro scalzo con tutte le siringhe che ci sono in giro (quella Madonna è una pessima madre) e, soprattutto, gli angeli non hanno le ali - altrimenti si parlerebbe di malformazioni.
Chiude la signora al telefono, soddisfatta dei nuovi aggiornamenti al pacchettone gentilmente forniti da Radio Maria: bisognerebbe usare la ragione.
Ecco, appunto.


martedì 23 novembre 2010

La città degli altri.




Abbiamo mangiato per terra – la panna acida e il cibo dei russi come se fuori facesse spaventosamente freddo.
Nessuno – nel dubbio che non fosse poi così freddo – è uscito.
Mi sveglio e trovo la cucina affranta e il sole che taglia i vetri e acceca gli schermi. Quando a Milano il sole torna dopo tanto tempo, lo tratti come un padre che non c’è mai: gli fai le feste quando lo vedi aprire la porta e cercare un posto dove appoggiare i sacchetti coi regali, ma dentro covi un risentimento speciale – e giuri che, al momento giusto, non dimenticherai i giorni passati ad aspettarlo.
Per ora, mettiamoci da parte e lasciamo che qualcosa splenda.
Può darsi che, ubriacato dalla luce, ti ritrovi a pensare che la città sia effettivamente tua.
Che i marciapiedi, i parchi, l’ufficio dell’anagrafe, gli spartitraffico, i cortili delle case, le piscine e le piste di terra rossa, le chiese e i ponti, ti riguardino – che le facce che ammiccano e promettono sui cartelloni dicano il vero.
Dimentichi che ti è permesso solamente transitare per feritoie tra i palazzi, schivando carrozzerie e merde e trappole per ciclisti, dimentichi che nessuno di quei palazzi è tuo, e che non conosci nessuno che abbia un palazzo, dimentichi che i parchi - che ora la rugiada fa sembrare commossi - chiudono come un qualsiasi centro commerciale, e si lasciano giusto attraversare e sdraiare.
Esco da casa mia e me la lascio alle spalle pensando che quella non è casa mia, è un palazzo grigio in mano a una famiglia grigia che ne controlla decine d’altri e che mi chiede soldi ogni mese per lasciarmi stare là dentro quando arriva la notte.
E guardandomi intorno vedo solo palazzi grigi in mano a banche, società d’assicurazione e poche altre famiglie che si conoscono solo tra loro.
Quelle che conosco io lottano una vita per avere qualche metro quadrato di piastrelle dentro a quei palazzi, e cercano di restare unite mentre per generazioni e generazioni versano sangue a strozzini senza volto.
La città, in definitiva, non è di tutti.
E di certo non è nostra (chiunque noi siamo).
C’è il sole, d’accordo, e oggi ti farò un sorriso grande così quando ti incontrerò.
Ma ricordati che se un giorno farò qualcosa che non capirai, sarà perché non riuscivo più a visitare in silenzio il mondo degli altri.

mercoledì 27 ottobre 2010

Fuori.

Le ringhiere, all’improvviso, sono troppo basse.
Sui balconi di tutte le case, vedo come sarebbe facile mettere una gamba oltre e aspettare che il baricentro si sposti avanti – la sensazione di non averlo deciso. Cadere. Scavalcare e cercare di afferrare la grondaia sapendo di non poterci riuscire, cadere con un sorriso malinconico e sentire la fine come un viaggio di ritorno da una vacanza in cui credi di aver capito qualcosa.
E guardare in su come se ci fosse qualcuno affacciato, e dirgli con gli occhi che non ti stai ammazzando, hai semplicemente spostato il tuo baricentro oltre la ringhiera, e ora cadi.
Te lo aspettavi, non incolpi nessuno, nessun grido, nessun bilancio.
Ciò che è non sarà più tra pochissimo. Una sensazione spesso bellissima, specie se si crede l’ultima.
Lo penso anche stasera davanti alla grondaia a cui non potrei mai aggrapparmi. Oltre la ringhiera, le case che si incastrano senza logica sono frustate da una pioggia che pensi qualcosa si sta vendicando.
E’ pioggia che fa rumore e che copre le parole che tanto non ho.
Se fossi là fuori, se nessuno mi facesse entrare, morirei. Prima o poi, ucciso dalla sete o dall’acqua. Perché la natura non ha bisogno di me e io non ho più bisogno di lei.
Se vivo, lo faccio solo perché lo voglio. Sul balcone, mentre lei urla pioggia, resto vivo contro di lei.
Ogni altra argomentazione stonerebbe, suonerebbe presuntuosa, cinica o ottusa: continua a vivere perché c’è dell’altro (di meglio?), continua a vivere perché finora non è stato male (finora), continua a vivere perché il tuo dovere è sostanzialmente questo (ma a chi devo?). Se restassi vivo perché me l’hanno chiesto gli altri o per promesse da pubblicità di un futuro migliore (o, peggio, di un futuro in cui il passato sembrerà migliore), sarebbe quello sì un continuo bilancio – capire se conviene.
Fuori piove che non si può uscire, che non si può stare fuori.
Io ho trovato riparo in una celletta in affitto in un alveare di cemento - quattro piani di scale per sentirmi in salvo.
La pioggia mi vede piccolo e irraggiungibile, mentre guardo la ringhiera e mi accorgo lucidamente che io ho voluto ciò che è stato finora - e che ne voglio ancora.

lunedì 11 ottobre 2010

Dedicato a Tu.

Succede che
domani 12 ottobre esce il nostro nuovo disco (anche se molti già ce l'hanno, alla faccia della data di rilascio).
Alle 18 lo presentiamo alla Fnac davanti a tutti quelli che alle 18 del martedì non hanno un cazzo da fare.
Qualche ora più tardi, ovvero dalle 21.30 circa, smettiamo di presentare e cominciamo a festeggiare al Cox (ugualmente noto come Conchetta).
Succede anche che le mani dei palazzinari e dei De Corato qualunque sono tornate a minacciare il Conchetta uno dei pochi posti liberi e aperti a chiunque abbia bisogno di un tetto, di un libro, di un palco.
Riempire una volta di più quelle mura sarà cosa buona e giusta - e sarà bene essere tanti anche quando cercheranno di nuovo di sgomberarlo.
Tornando a domani, non ci sarà tutto il mondo perché non ci sta - ci basta ci siano tutti quelle e quelle che hanno avuto a che fare con noi nel bene e nel male.
Per motivi che sai meglio TU di noi, rientri in quest'ultimo insieme.
Puoi portare chi vuoi, dato che evidentemente non ci saranno liste né gente molto grossa all'entrata con cui litigare.
Non è necessario che tu sappia come si chiama il disco (Fuori) e non è necessario che tu sappia nemmeno un pezzo ministrico e probabilmente non ne sentirai neanche uno durante la serata (falso).
Ti si chiede solo di essere contento che qualcuno riesca ancora a farli i dischi, che è comunque attività più sana - che so - del recupero crediti.
Riassumendo,
martedì 12 ottobre
al Cox 18, via conchetta 18 Milano
i Ministri festeggiano l'uscita del loro terzo disco e
TU sei invitato/a.

venerdì 8 ottobre 2010

Là ci darem la mano.

Qualcosa finisce qui.
Martedì prossimo esce il nostro terzo album (sempre che viviate in una fetta d'Italia in cui i negozi di dischi non si sono estinti: nel qual caso ordinatelo al minimarket), preceduto da un mese di ansia condivisa insieme a tutti quelli che ci seguono e che spesso ci precedono (vedi pubblicazione dei video su youtube).
Finisce l'attesa - che degli innamoramenti è la parte più bella - e comincia il conoscersi - che è la parte più difficile.
E sul conoscersi e sul conoscerci, nessuno può avere l'ultima parola (noi tanto meno).
Il nuovo album è denso come una cioccolata bevuta a tremila metri, è un tomo che richiederà tempo (per chi ne vorrà avere) per essere assimilato.
Vi farà urlare e saltare sul letto, vi farà impallidire e scandalizzare.
Come molti hanno già capito, le mappe con cui ci si orientava nel mondo ministrico fino ad oggi non servono più a molto.
Nei dodici (più due, ma questa è un'altra storia) nuovi brani non facciamo altro che proseguire il nostro discorso - solo che ci inventiamo le parole.
La voglia di poter dire mi piace non mi piace è forte, un po' come quando a fine primo tempo al cinema incominciavi a pontificare con quello di fianco.
Ora che han tolto l'intervallo, si parlerà e discuterà alla fine - e chissà quando arriverà.
E' dunque il momento di dirsi addio prima di incontrarsi di nuovo (e, per la prima volta dopo anni, suonarvi dei pezzi che non conoscete ancora).
La sera dell'uscita del disco ci sarà di che festeggiare - e noi non ci tireremo indietro: alle 21.30 del 12 ottobre chiunque potrà fare un salto al release party (si accettano espressioni italiane sostitutive) di Fuori.
Non ci sarà biglietto, non ci saranno liste, non ci saranno inviti in carta bollata.
Una festa veramente inclusiva.
Solo una porta aperta da varcare chinati se si è più alti di uno e settantacinque.
A breve altri dettagli.
Adieu.

sabato 25 settembre 2010

Fuori - la tracklist

Prima che la leggiate da un'altra parte, ecco la tracklist di Fuori

1.Il Sole (è importante che non ci sia)
2.Gli Alberi
3.Vestirsi Male
4.Noi Fuori
5.Tutta Roba Nostra
6.Le Città Senza Fiumi
7.Una Questione Politica
8.Due Dita Nel Cuore
9.La Petroliera
10.Mangio La Terra
11.Che Cosa Ti Manca
12.Vorrei Vederti Soffrire

mercoledì 22 settembre 2010

Gli Alberi - testo

Anche questa volta
mi dovrai difendere
dagli sguardi della gente
perché non ha più senso
sentirsi diverso
o provare ad assomigliare a tutti
le colpe sono colpi da schivare
mentre giù nella trincea
non sai nemmeno a chi puntare
da quanto tempo ormai sappiamo che non fa per noi
chissà che fine farà la nostra città

Noi saliremo sopra gli alberi
e sputeremo in testa a chi si avvicinerà
e guarderemo da lontano le guerre
che incendieranno la nostra città
Noi saliremo sopra agli alberi
ma così in alto che nessuno se ne accorgerà
e guarderemo da lontano il cielo cadere
sulla nostra città

Anche questa volta ci dovremo arrendere
ai discorsi della gente
lanciamo come bombe i nostri cuori all'orizzonte
per tenerci lontano dagli scontri
ma tanto ce n'è sempre uno di troppo
che ci sveglia ogni mattina e ci addormenta la sera
da quanto tempo ormai sappiamo che non fa per noi

Noi saliremo sopra gli alberi
e sputeremo in testa a chi si avvicinerà
e guarderemo da lontano le guerre
che incendieranno la nostra città
Noi saliremo sopra agli alberi
ma così in alto che nessuno se ne accorgerà
e guarderemo da lontano il cielo cadere
sulla nostra città

E getteremo le divise a terra
e bruceremo la bandiera bianca
e guarderemo da lontano le guerre
che incendieranno la nostra città
noi saliremo sopra gli alberi
ma così in alto che nessuno se ne accorgerà
e guardaremo da lontano le guerre
che incendieranno la nostra città

(di Davide Luigi Alessandro Autelitano)

lunedì 20 settembre 2010

Gli Alberi - making of

Sei solo, affamato e nel mezzo del fottuto nulla.
D'un tratto, non importa quanto lontano, vedi la luce di una discoteca - quei fari che puntano nel cielo e fanno sbandare gli aerei e sottointendono locali generalmente squallidi dove dj si dice ancora disc jockey e al barman non riescono neanche i giochi con le bottiglie. Ma non hai scelta cazzo, se vuoi sopravvivere e vedere che faccia ha il domani non hai scelta.
Questi ed altri pensieri sono passati per la testa di qualsiasi insetto si fosse trovato il 4 settembre nel novarese.
Legioni di moscerini, zanzare e vespe giganti roteavano nel buio e nella noia (il fatto che gli insetti si gasino così tanto quando vedono una lampadina, credo voglia dire che nel buio si rompono sostanzialmente i coglioni), finché - non importa quanto lontano - qualcuno ha deciso di accendere tot riflettori dal nome a sigla (tipo TL57 o CRUT15 - per permettere ai tecnici di parlare con gergo tecnico) e dalla potenza di fuoco disumana, unito a diversi altri neon e ammenicoli.
Quel qualcuno coincideva ovviamente con noialtri, intenti a girare il video de Gli Alberi, che nei progetti sarebbe stato video da crepuscolo ma poi scopri che nel novarese il crepuscolo in settembre dura meno di un pezzo dei Ramones e capisci che ti toccano le tenebre.
E' sinceramente un peccato che nel video non si possa apprezzare come si dovrebbe il momento dell'attacco degli insetti.
E non già per render conto della situazione in cui il caro Saku (regista e novello apicoltore) ha girato il video: quello che si perde è una documentazione entomologica importante, ovvero la possibilità di un incontro filmato ravvicinato col Calabrone Gigante di Robbecchetto con Induno.
Il Calabrone Gigante di Robbecchetto con Induno è lungo circa quanto un gamberone o uno scampo di un ristorante di quelli che generalmente non ti puoi permettere ma se paga qualcunaltro ordini generalmente qualcosa con appunto un crostaceo caro sdraiato su risotto/tagliatella/griglia.
Al termine del suo corpicione mostra fiero un pungiglione da aprirci le lattine, mentre dal lato opposto splendono occhi neri assetati di sangue - nonostante sia quasi certo che il calabrone gigante non abbia particolare predilezione per il sangue.
Ciò detto, tutto sul momento indicava altro: in mezzo ai quattro riflettori tanto più accecanti quanto colpevoli, i Calabroni Giganti volavano tra gli stormi di insetti assortiti (e quasi tutti a quel punto desiderabili) come squali in mezzo a orate d'allevamento.
Non solo, vuoi perché confusi vuoi perché assetati di sangue vuoi perché un po' stronzi, i suddetti C.G. si spostavano con traiettorie imprevedibili ma all'apparenza vendicative, si appoggiavano spesso e volentieri su spalle, colli, capelli, gambe, lobi.
Non c'era bisogno in quel momento di consultare wikipedia per capire che una puntura di uno di quegli astici volanti in zone importante avrebbe causato o morte da soffocamento o un video dei Ministri girato al pronto soccorso (una volta tornato a casa, ho effettivamente controllato wikipedia: avevamo temuto giusto).
E così, mentre qualcuno urlava, qualcunaltro più prosaicamente bestemmiava e il buon regista si chiedeva se sarebbe riuscito a stare al centro di quelle luci con la scritta pungimi in fronte e il compito insieme di girarci un video, il buon Divi - momentaneamente ritenutosi immortale - cercava di spingere gli orrendi in un ventilatore industriale posizionato nel mezzo del set (riuscendoci spesso, con tanto di suono splatter del calabrozzo macinato dalle pale).
Nei momenti di calma apparente, avvolti solo da mai tanto benvolute zanzare tigre, si è effettivamente girato il video - con gioia e incoscienza.
Un'esperienza che nel complesso ci ha lasciato almeno due buoni insegnamenti.
1. Per girare un video di una canzone nel mezzo di una riserva di calabroni giganti devi volere davvero molto bene a quella canzone.
2. I ventilatori industriali, oltre a proteggerci dagli insetti cattivi, sono anche capaci di
a)farti sembrare uno dei Bee Gees se hai i capelli lunghi
b)farti socchiudere gli occhi con effetto faccia da triglia - tipico dei video dei Backstreet Boys. E non puoi farci niente: se sei a meno di due metri da quel coso socchiudi come socchiudeva Nick Carter.
E pensi: ma vuoi vedere che in realtà non voleva fare così il piacione, vuoi vedere che senza quelle grosse pale oggi saremmo tutti qui ad ascoltare Larger Than Life?

giovedì 16 settembre 2010

Vitamine, il nemico di dopodomani.

Un bel giorno qualcuno ha cominciato a mettere le tabelle caloriche sulle confezioni.
Dato che non mi risulta un alimento uno che tragga giovamento commerciale dal fatto di essere più calorico (qualcuno ha mai visto scritte tipo "nuova ricetta: da oggi ancora più grasso!"?), è evidente che ogni casa produttrice cercherà di pubblicare tabelle in cui il totalone delle calorie e il parziale dei lipidi siano bassi il più possibile (a tutt'oggi, stupisco di fronte al mistico kCal zero della diet coke: davvero posso bere diet coke fino a più infinito?). Mi è lecito dunque immaginare mafie di vario tipo tra chi commissiona la tabella e il laboratorio che effettivamente la fornisce, nonché vari tipi di agenti chimici o naturali che modifichino i risultati pur non variando la sostanza nella sua cicciosità.
Il fatto che io possa elucubrare su ciò pur non avendo mai seguito una lezione di chimica dall'inizio alla fine significa prima di tutto che il fatto di rendere pubblico il minaccioso e complicatissimo mondo delle calorie sia parte di una più ampia strategia.
Fino a dieci anni fa, la gente mangiava e sapeva che dieci polpette valgono più di una polpetta, che un chilo di insalata pesa meno sul tuo girovita di un etto di tiramisu e via dicendo.
Ora, volendo, potrei invece tramutare le polpette in numeri e altrettanto arrivare a un'equivalenza insalata-tiramisù che mi permetta di sapere quanta insalata devo mangiare per pareggiare un etto di tiramisù.
Però non lo faccio, perché sostanzialmente continuo a non saperne un cazzo uno, due non terrei conto nei miei calcoli di tutta una serie di fattori che chi legge CorriereSalute crede di avere ben presenti (certe proteine vengono assimilate in ics modo, certi grassi si triplicano, altri si dividono se bevi succo di pompelmo, etc), tre sullo sfondo sopravvive il gigantesco spettro del metabolismo - termine che spiega perché certa gente mangia a sbafo tiramisù e rimane identica mentre altra si gonfia con l'insalata.
Qualcuno insomma mi ha dato strumenti degni della scientifica di C.S.I. e ha fatto però in modo però che l'unica mia possibilità di analisi stia nel totalone o nel subtotale dei grassi - riducendo il tutto a un discorso di più grasso / meno grasso.
Seguendo questo filo e rinunciando ai più banali (e sensati) ragionamenti dell'era pre-tabellica, è sensato credere che l'industria alimentare si dia dannatamente da fare per uno dei tre seguenti obiettivi 1) portare a zero i grassi nelle tabelle 2) eliminare l'intera sezione grassi dalle tabelle 3) eliminare i grassi dal mondo.
Se ciò accadesse (basta tener d'occhio le tabelle per vedere come procede la cospirazione anti-grassi), evidentemente la guerra si sposterebbe contro i carboidrati prima e le proteine poi.
Quando il campo apparirà sgombro, ogni alimento sarà a calorie zero e la gente sarà ancora divisa in gente grassa e gente magra e gente gonfia dopo litri di diet coke.
A quel punto, finalmente, partirà una guerra santa contro le ultime sopravvissute - le vitamine, da anni bandiera dell'esercito del benessere.
Da un giorno all'altro, quelle che oggi crediamo alleate nella lotta contro invecchiamentocellulare/raffreddore/orecchieasventola saranno additate come principali responsabili di tutti i rotolini che ancora ci nasconderanno l'ombelico.
Fior fior di studi, ricercatori e team americani dell'università di vattelapesca, diranno al mondo che sono le vitamine il nemico, e di cambiare quanto prima abitudini alimentari.
E finalmente, sulle confezioni appariranno scritte del tipo "nuova ricetta: meno vitamine, più grassi".
E' solo questione di tempo.

mercoledì 15 settembre 2010

Testi sacri.

Meglio non guardarsi troppo attorno: mentre aspetti che il tuo disco finisca sugli scaffali (sperando che faccia in tempo, prima che tolgano gli scaffali), scopri che è in atto l’ennesimo rilancio della Bibbia – sorta di saga di pastori repressi e variamente ossessionati da agnelli, donne e locuste – e ti chiedi se non è il caso di deporre le armi, aprire un chiosco di panini e vedersi l’umanità sfilare davanti fino ad apocalissi più o meno efficaci.
Fare dischi oggi è certo attività meno sicura di far panini, però decisamente più appassionante (e assolutamente meno utile).
Per registrare Fuori (avverbio), ci abbiamo messo tanto – nessuno saprà mai se troppo. Abbiamo scritto e registrato ventisei canzoni, buttandone giù dalla rupe una buona metà (che ora è lì ai piedi della rupe, senza sapere se mai qualcuno verrà giù a raccattarla). Abbiamo discusso su cose incredibilmente futili, che per alcuni quarti d’ora sono sembrate capitali.
Abbiamo cominciato mille strade prima di trovare quella giusta – e altrettanto abbiamo fatto con le parole. Cibo pessimo quasi sempre, con Milano fuori dalle finestre che dimostrava di saper essere odiosa con qualsiasi temperatura e condizione atmosferica – dalla neve sporca all’afa insettifera. Un dodicesimo del disco lo abbiamo già buttato allo scoperto.
Degli altri undici dodicesimi si può dire questo:
- Che uno contiene un evidente omaggio a un musicista francese tutt’ora in attività
- Che uno è dedicato a così tante brutte persone che non valeva neanche la pena di nominarne una
- Che due hanno così poche chitarre che non sembriamo noi anzi sì
- Che uno cominciava con un uccellino che si era intromesso in un take di batteria ma poi quello del mastering lo ha tolto e ce ne siamo accorti tardi
- Che due hanno sia banjo che mandolino che dobro che acustica che elettrica e fanno quasi tutti la stessa cosa
- Che uno è nascosto
- Che uno ha un finale urlato così estremo che mia nonna mi prenderà per un satanista
- Che uno ha dentro una Juno 106, uno la Korg MS20, uno la Poly 800, uno la Rodero e alcuni tutte assieme
- Che uno parla anche di Satana, in effetti, ma ne parla male
- Che uno l’ha scritto Divi e ho capito di chi parlava solo in una notte molto difficile
- Che la primissima copertina doveva essere quella qui sotto ma dopo abbiamo deciso di metterci i nostri brutti musi, che sono l'unico vero collante di questi nuovi cinquanta minuti di deliri e invettive.

domenica 12 settembre 2010

Il Sole (è importante che non ci sia)

E' importante che non ci sia il sole
che manda sempre tutto a puttane
se c'è qualcosa che bisogna dire
ti trova sempre di meglio da fare
gli occhiali scuri fan guardare altrove
è importante che non ci sia il sole

Ci serve un cielo che non ci dia scampo
ogni sorriso sarà a nostro rischio
non avrà luce non avrà più scuse
tutto il nero che ti porti dentro
ricordi quando arrivava il circo
com'era facile dimenticare

Voglio vederti con la faccia stanca
tornare a casa tardi dal lavoro
tu guarda dove ci ha portato il sole
qui intorno è tutto lasciato andare

Voglio vederti con la faccia bianca
sapere che te ne potresti andare
è il sole che non ci fa uscire di casa
che ci nasconde che ci fa ammalare

Il sole in fondo non ci deve niente
e se ne frega delle vostre lodi
si spegnerà e toccherà a voi l'inferno
moriranno tutti i pomodori
sarò come la nebbia a mezzogiorno
ma finalmente ti potrai fidare

Voglio vederti con la faccia stanca
tornare a casa tardi dal lavoro
tu guarda dove ci ha portato il sole
qui intorno è tutto lasciato andare

Voglio vederti con la faccia bianca
sapere che te ne potresti andare
tu guarda quanti ne ha ammazzati il sole
e quanti ancora stanno lì a guardare

Con questo sole non si vede niente.

lunedì 12 luglio 2010

Teoria del mondo piatto e suoi nemici.





La verità è un gioco da bambini. Poi diventa un sofismo, una complicazione, un ostacolo alla logica del fare, al vivere insieme.
Ero piccolo e petulante - e non facevo che chiedere, convinto che la verità fosse l'esser sazio di perché.
La scuola, curiosamente, era allora una generosa fornitrice di risposte e suggeriva cospirazioni e dietrologie come neanche un circolo anarchico. Si cominciò dalla forma della terra. Ci fu detto che era tonda, anzi a forma d'arancia, e le maestre peggiori non avevano miglior prova da offrire che la forma del mappamondo.
A molti l'argomento non interessava, e li si poteva capire - dato che dalla finestra si vedeva il cortile della scuola, e sembrava chiaro che i rapporti di potere e la ricerca della felicità si sarebbero consumati laggiù.
E il cortile, checché ne potesse dire la maestra, era drammaticamente piatto - e di cemento pure, con buona pace delle nostre ginocchia. Per motivi che mi sono gran parte rimasti ignoti, il fatto della non evidente rotondità del mondo sembrava comunque un punto da risolvere per tutta la classe docente, che pareva preoccupata di mandarci fuori da quelle mura con un'errata convinzione circa la forma del pianeta.
Il primo passo della demistificazione consisteva inevitabilmente nella ridicolizzazione dell'ipotesi concorrente - vale a dire quella del mondo piatto, che godeva di ottima fama, vuoi perché intorno tutto sembrava confermarla vuoi perché vivevamo nella pianura padana.
Per questo la teoria del mondo piatto fu attribuita a un non meglio specificato medioevo, descritto suppergiù come un'epoca becera con un costante odore di piscio per le strade. L'idea di un mondo monetoiforme con grosse cascate ai suoi confini e una faccia nascosta non meglio specificata veniva presentata come l'incubo malriuscito di anni bui e maleodoranti, anni in cui la gente credeva in panzane come paradiso, inferno e libri sacri (ovvero gli argomenti dell'ora di religione immediatamente successiva a quella di scienze).
Il cammino verso il profondo convincimento sull'effettivo status di sfera passava per quindi per argomentazione di tipo domestico (immaginatevela come un'arancia un po' schiacciata - e tutti avrebbero voluto chiedere ma schiacciata da chi?, ma evitavamo per non affliggere la maestra, le cui frustrazioni erano evidenti anche a un bambino di sei anni) o di tipo empirico (avete presente quando vedete l'orizzonte lontano e vi sembra di vederlo curvarsi?, ma molti di noi avevano visto l'orizzonte solo tra un condominio e l'altro - e comunque non sembrava un'argomentazione particolarmente convincente).
Capitava che i più partecipi si dessero effettivamente da fare a immaginarselo tondo e si domandassero cosa ci fosse dunque dall'altra parte di questa benedetta arancia. La risposta era la Nuova Zelanda - ed era talmente rapida da far pensare che la Nuova Zelanda fosse stata messa lì in mezzo all'oceano dalla classe docente solo per aver qualcosa con cui far tacere i nostri sospetti.
Un giorno mi venne da chiedere se mai qualcuno a Milano avesse mai scavato fino a spuntare in Nuova Zelanda. Certo che no, mi risposero come si risponde agli ingenui e ai sognatori.
Ma la mia era una domanda assolutamente concreta: se davvero di sfera si trattava, perché a nessuno era mai venuto in mente di passarla da parte a parte, come mai nessuno si preoccupava del centro dell'arancia, che per analogia dovrebbe essere ben più interessante della buccia?
Ma era solo l'inizio dell'inspiegabile passione delle nostre maestre per le verità meno evidenti e a prima (e seconda) vista meno utili.
Subito dopo arrivò infatti un nuovo difficile boccone da digerire: la terra tonda di cui sopra girava pure (e con un certa premura) e il sole, che vedevamo transitare dalle finestre di cui sopra, era invece desolatamente fermo. Ma anche in questo caso, le prove a sostegno della nuova inesperibile verità erano poche e deboli. E rimangono tali oggi, a vent'anni di distanza: il sole gira eccome, la terra è ferma come un cantiere edile di Patrasso. Non esiste attività commerciale o pratica quotidiana che tenga conto di rotazioni e rivoluzioni: le nostre vite si consumano su un mondo immobile e piatto - e si ha la netta impressione che, al di là di tutto, delle matte avventure del sistema solare non fotta più niente a nessuno.
Ma allora perché caricarci di questa responsabilità immonda, perché negarci l'evidenza di un'esistenza ancorata al suolo, di un sole che va e viene? Perché dovevamo sapere?
Forse perché è meglio conoscerla - la verità - e scoprire che non serve a niente, per entrare veramente in armonia col mondo che ci è stato dato. Una sorta di lenta e inarrestabile delusione che ti porti inconsciamente a credere vero solo ciò che che serve - e a sapere vero ciò che comunque non potrai mai toccare.
In sospetta concomitanza con queste prime amare batoste teoretiche, si consumava un altro centrale disvelamento: nell'uggia di un fine novembre, mi capitò di entrare in camera di mia madre e dietro la porta trovare impilati con largo anticipo i regali di natale, che al tempo credevo ancora in qualche modo collegati al ciccione dei camini. Il primo pensiero che mi sfiorò non riguardava la questione dell'esistenza di Babbo: pensai piuttosto che, conoscendo mia madre, sembrava ovvio che non avesse voluto mettere in mano a un uomo - specie e genere di cui poco si fidava - un evento centrale come quello della distribuzione regali ai suoi due figli. Arrivai anche a postulare che il lappone prendesse in considerazione solo le famiglie coi camini in casa. Ma quando mia madre rientrò, tacqui. Solo quando un mese più tardi ci consegnò i regali, i miei occhi tradirono la verità che era la sostanziale solitudine del nostro nucleo familiare - lontano dalle rotte delle slitte e anche dalle tavolate dei parenti. Mia madre capì - e da allora continuiamo a farci regali come se sopra di noi qualcosa esistesse, come se il mondo non fosse piatto e immobile com'è.

lunedì 21 giugno 2010

Horst Haase o Ode al Giallone

La furga ministrica giunge in mezzogiorgio dopo una notte e 10g.


Ratti, grossi ratti sotto le macchine parcheggiate. Oppure: grosse macchine sopra a ratti affamati. Stasera piove tanto da farli venire a galla. E impareranno a nuotare proprio quando in giro non ci sarà nessuno da spaventare.
Tuona che lo sentono tutti e pensi quanto è difficile per te farti sentire da tutti. Ci sono io e c’è il mio furgone, che a fatica emerge dal triangolo di Corvetto.
Mi hanno rubato il tappo della benzina. Quello sostitutivo, plasticaccia, cinque euro (quello vero distrutto con un cacciavite e un martello perché chiavi cadute dietro armadio e chi le trovava più e bisognava andare in piazza a suonare per il conchetta e porcodio apriamolo in qualche modo poi ci penseremo traac). Tutto sommato, un gesto carino e disperato: del tuo furgone scassato non sappiamo cosa farcene fratello, ma questa plasticaccia è buona da fondere.
Lui, comunque, si chiama giallone. Gli mettono insieme i pezzi che non avevano ancora messo insieme i miei – 1981. La prima a coccolarlo si chiamava dovrei-guardare-sul-libretto. Qualche anno più tardi tocca a Horst Haase, crucco con la faccia onesta e lo sguardo di chi nella vita si è accontentato – che per lui accontentarsi non è mica una brutta parola. Solo nelle mani di Horst il giallone diventa tale. Spero vivamente che l’abbia scelto quel giallo – che non sia la vendetta di un commesso del brico-center di una statale dimenticata della Franconia.
Lo compro un giorno che non potevo più farne a meno, dopo averci pensato qualche mezzora (intensissima però). Lo compro su ebay per due lire (il trucco è andare su quello tedesco, destreggiarsi tra i menu e scoprire che per loro il furgoncino Volkswagen non ha nulla di radical chic ma serve per portare i maiali nella piazza del mercato e la moglie d’agosto in campeggio sul lago). A metterlo in vendita, tra gli altri è appunto Horst Haase (elenco degli Horst famosi nella storia dell’umanità: 1.Horst Tappert, ovvero l’Ispettore Derrick. Elenco finito), che oltre a mettere le foto del cucciolo aggiunge un tot di note incomprensibili sulle condizioni del suddetto. Traduco dunque il papiro di Horst, non sapendo all’epoca che quattro parole in tedesco (ora ne so 28, credo), con strumenti per le lingue di google: ne viene fuori un inedito esperanto (io essere compravendita veicolo per sopra melanzana no mantenere perdite) che ricorda ferocemente la poesia involontaria dei messaggi spam del tipo viagra e enlargeyourpenis (vedi a fine blog).
Compro a scatola socchiusa per pochi euro, rischiando di dover ritirare una carrozzeria senza motore color giallo canarino nel fottuto mezzo della Germania. Riesco in qualche modo a darmi appuntamento con Horst alle 9 di un primo settembre agli arrivi dell’aeroporto. Sono vestito male e ho con me una busta con 1600 euro dentro, tre ore di sonno addosso, un biglietto low-cost che ti lasciano caricare giusto il culo se rientra nelle misure e il sacrosanto dubbio di essere nel mezzo dell’ennesima mia cazzata.
Mi appare nel grigissimo parcheggio dell’aeroporto di Francoforte (notare che, a parte l’erba a fianco delle piste, gli aeroporti fanno di tutto per farti dimenticare di essere su un pianeta con un passato pre-umano) e non fa fatica a farsi riconoscere. Horst è un neo-pensionato simpatico e zelante, con gli occhi sinceri e provati: mi spiega a gesti che devo metterci l’olio ogni tot (rivelatosi poi un tot piuttosto ridotto), mi fa vedere come si tira su il tetto e mi mostra gli occhiali zarrissimi (quelli che vedi addosso agli spacconi nelle baita coi lucidalabbra e la mise che paiono una vetrina di Decathlon) che ha deciso di lasciarmi in dotazione. Salgo mentendo a Horst sul fatto che non era certo il primo furgone che guidava, che ce l’avrei fatta a tornare in Italia.
Era il primo furgone che avessi mai guidato e per un chilometro netto lo spettro dell’enorme cazzata tornò come un rigurgito. Fu solo una parentesi. Venti ore dopo ero in patria (patria?) e festeggiavo il mio compleanno da solo cantando a squarciagola canzoni probabilmente prescindibili.
Per un attimo mi metto addirittura gli occhiali, che ben si sposano col pelo da cartolina (non so che tipo di cartolina, ma di certo è da cartolina) che ricopre i sedili davanti e che mi fodera il cuore - che perde olio per solidarietà al mezzo. Scapperò con lui, quando mi verranno a cercare. Scapperò a ottanta all’ora sulle statali della bassa padana.
Mentre sogno di farmi impallinare come Mara Cagol e diventare eroino con foto segnaletica nei libri che vendono poco – ricordo che una volta già si sono incontrati il mitra e il giallone.
Era la sua prima uscita con targa italiana. Che non condivideva i fori col porta targhe tedesco, quindi eccola attaccata col nastro da pacchi sul lunotto posteriore. Il lunotto non dice perché si chiama così, né che cosa protegga nel bagagliaio – ovvero amplificatori, giacche, chitarre, stracci. E targa, appunto. Il giallone alla sua prima uscita è dunque un parallelepipedo di lamiera canarino acido senza nome e didascalia. O non ce ne accorgiamo o siamo troppo pigri per. Si torna dal concerto che è notte e se non fossimo gialli saremmo invisibili oltre che lenti. Saremmo: sfrecciamo piano piano di fianco a un blocco di caramba proprio mentre qualcuno in furgone si danna perché non ci sono sigarette per far su. Avranno avuto quattro secondi massimo per taggarci: comunisti arabi gialli senza targa. Lasciano qualsiasi cosa stessero facendo e ci riprendono in due chilometri. Non sanno chi o cosa aspettarsi, e nel dubbio escono i mitra. La delusione nel trovare pischelli assonnati al posto di terroristi smarriti è grande nei loro occhi in divisa. E la ricerca di droghe leggere e leggerissime si fa quindi blanda e approssimativa. Quasi offensiva. Risaliamo con una paternale neppure appassionata e ripartiamo. Nasce il progetto di scrivere sul lato del furgone doner kebab. Nasce il progetto, ma non c’entra, di distribuire musica elettronica gratis, in tutti i kebabbari di Milano. Da allora nessuno lo fermò più.

appendice
ESEMPI DI POESIA e PROSA SPAM INVOLONTARIA
Se ognuno tanto qualcuno leggesse le mail di spam che promettono amplessi dal rinnovato vigore scoprirebbe che al loro interno si annidano sintassi e costruzioni affascinanti - di gran lunga superiori alla maggior parte delle cose mai lette in materia e di certo qualsiasi comunicazione pubblicitaria.
Eccone due estratti.

- Il sesso porta piu soddisfacimento. Lo stress e la tensione sono spariti. Lei non si rattrista piu, ora io non temo, che saro costretto a negare. E` una sensazione fisica sbalorditiva, dopo la quale segue lo stesso sentimento profondo.
- La cosa migliore e` la sicurezza della possibilita di «volare con autopilota»,rilassandosi e senza la necessita` dell’entrare nel merito di quel fatto, che il pene continua a trovarsi in posizione verticale, anche quando tu sei interrotto (i figli battano alla porta della camera da letto, il cane abbaia, il preservativo scivola). Quando prendi coscienza del Vi, questo puo anche stare un grande regalo per la compagna. C’e solo un consiglio: non le dica, che lei prende il Vi: l’apprezzamento di se’ stesso femminile e` anche molto suscettibile.

giovedì 29 aprile 2010

25 Aprile o del cercare di mettere ordine tra velociraptor, fascisti, leopardi nebulosi e tronisti.

Il mio venticinque aprile comincia alle tre di notte, o del mattino - per quelli che contano la giornata come se si andasse a dormire dopo Carosello.
Per l'appunto: succede che torno a casa la sera del 24 e crollo sul divano come un minatore che non ha neanche le forze di pelare le patate che ha nel piatto.
Orbo di sostanze che mi permettano sonni lunghi e sintetici, mi sveglio dunque nel cuore della notte - mentre fuori Milano ancora si struscia.
E sveglio rimango, con gli occhi penzoloni - gli stessi che avrei sfoggiato qualche ora dopo in manifestazione alla luce del troppo sole.
Parentesi.
Il 25 aprile si fa festa perché il 25 aprile di molti anni fa Milano decise che le erano girati i coglioni, insorse e si liberò una volta per tutte dai fascisti - che tecnicamente erano uomini come gli altri ma per molto tempo non si erano comportati da uomini, ragion per cui liberarsi dai fascisti suona vagamente come liberarsi dagli scarafaggi che stanno sotto al lavandino.
Quando avevo sette anni non ci vedevo nulla di strano, e davo per scontato o che i fascisti fossero stati uccisi uno per uno o che fossero scappati altrove, coi busti del pelatone sotto braccio e le borse piene di camicie nere.
Evidentemente non era così: per quanti ne fossero morti nei boschi o fucilati dalla Resistenza, ne rimanevano di certo milioni e milioni sparsi per la penisola.
Più banalmente, l'Italia era stata fascista per vent'anni - quindi tecnicamente i fascisti erano niente di più niente di meno che gli italiani, e chi proprio non sopportava questo nesso logico imparò a usare il fucile e qualsiasi altro strumento col quale potesse tornare ad essere semplicemente italiano.
Basta fare un paio di conti per rendersi conto che, tolti quelli che volevano fortissimamente essere fascisti e quelli che volevano fortissimamente non esserlo, avanzava ancora un gregge immenso che, nel bene e nel male, è sempre stato sé stesso e a seconda di chi s'è seduto sulle poltrone si è fatto apostrofare nelle maniere più diverse.
Insomma, qualcuno si è liberato di qualcun'altro mentre la maggior parte faceva altro.
Riassumendo all'osso, Festa di Liberazione da quelli che c'erano prima.
Che non è poco, dato che era gente che mi avrebbe costretto a fare cose davvero idiote, dato che era gente che se la intendeva coi nazisti - che mi avrebbero costretto a fare cose pure peggio.
65 anni sono passati, e com'era ovvio, i nodi sono venuti al pettine: viene fuori che un tot di italiani non volevano essere liberati; un tot d'altri sostengono di esser stati liberati sì - ma dagli americani, che fa più chic; altri ancora dicono che si poteva liberare con più garbo, senza agguati e sgambetti; una minoranza crescente dice invece che la liberazione ci fu effettivamente, ma dall'incombente pericolo di una dittatura comunista (il che farebbe diventare il 25 aprile la festa della prevenzione).
E si finisce che si va in piazza non a sentirsi liberi, ma a spiegare perché non lo si è ancora, non lo si è più o non lo si è mai stati (nessuno, guarda un po', pone il deludente e lecito dubbio che forse non lo saremo mai).
E si ha l'impressione che quello che veramente manca a tutti non sia la libertà, ma la possibilità reale di scontrarsi, di tornare a vetuste categorie di male e bene, a tempi dove il diritto era riconosciuto ai giusti e i cattivi li si appendeva, fucilava, sradicava.
Io, in piazza, causa la mia inedita e odiosa insonnia, ci finisco ore prima che le fiumane giungano.
Tradizione vuole che il corteo parta da Piazza Oberdan, luogo dedicato appunto alla memoria di uno che voleva uccidere il re, uno che la storia ricorda come intrepido, come eroe, ma che oggi sarebbe un terrorista qualunque, se non - peggio - un Tartaglia qualunque.
Ci arrivo sfrecciando con le borse sotto agli occhi sulla mia bianchi con ruota anteriore inaffidabile, e non ci trovo nessuno - ma nemmeno quattro gatti del partito (uno qualsiasi, anche di fantasia) intenti a cucire un bandierone, nemmeno un nugolo di partigiani centenari di quelli che si svegliano alle sei pur non avendo un cazzo da fare per le successive venti ore.
Insomma, nessuno - nemmeno un altro insonne. A rassicurarmi sul fatto di non aver sbagliato giorno ci pensano un numero imprecisato ma comunque abominevole di carabinieri - vestiti come se stessero per grandinare noci (e invece sulla mia crapa c'è un sole tunisino a farmi pentire del golfino legato in vita) - e soprattutto quelli delle magliette, vale a dire quei loschi figuri che con il loro appendino a ruote si appostano nei pressi di qualsiasi evento che possa essere immortalato su una maglietta.
Nessuno sa chi li controlli, chi li spedisca di qua e di là, chi scelga per loro le magliette (nel caso specifico, un guazzabuglio di Guevari, loghi di mecdonald stravolti e antiberlusconismi di ogni sorta, con qua e là evergreen zapatisti e anarchici): loro hanno la faccia di quelli che se ci fosse la guerra venderebbero magliette con le bombe sopra, di quelli che un giorno si farebbero il dopoconcerto degli Iron Maiden e quello dopo il fuori Sindone a Torino.
Insomma, i più disillusi di tutti - eppure, curiosamente, i primi ad arrivare.
Dopo aver tristemente visto un paio delle mie magliette di gioventù su quei carretti, decido di aspettare l'arrivo del popolo - o chi per esso - cercando la pace delle scienze.
Torno cioé - dopo vent'anni almeno - al Museo di Storia Naturale, tappa obbligata per ogni marmocchio milanese, struttura splendida e decadente che ospita enormi finti scheletri di balena, animali impagliati di vario piumaggio, noiosissime pietre e diorami impolverati che facevano effetto ai bimbi solo nell'era pre-segamastersystem.
Con sommo piacere, scopro che nulla è cambiato: il Museo è in mano a una serie di bidelle col tipico sguardo di chi prende i soldi dallo stato (ci vorrebbe uno smiley apposta), il cui interesse per il sapere e la sua divulgazione è pari a quello che ho io per la pesca del luccio. L'incuria che avvolge i corridoi è ben rappresentata da un palloncino a elio a forma di faccia di Minni - sfuggito dalle mani di un qualche bambino pacioccone chissà quando - che rimane lassò sospeso tra lo scheletro di balena e modellini di altre carcasse.
Segue sala dei dinosauri, fuori moda da dieci anni ormai, anch'essa immutata e, nella sua ingenuità e immobilità, oltremodo sincera.
Per altro, confermo alcuni miei sospetti in materia saurica: i velociraptor se li è inventati Spielberg per esigenze di sceneggiatura - tra i dinosauri regolarmente iscritti all'albo non figurano né mai sono figurati.
Mentre giro tra le sale in ristrutturazione al piano superiore e saluto i granchi giapponesi, i narvali incazzosi e il leopardo nebuloso (così era scritto sulla targhetta), comincio a sentire da fuori l'insostenibile playlist del 25 aprile.
Dai carri e dai furgoni finalmente giunti, arrivano le prime raffiche di BellaCiaoBellaCiaoBellaCiaoCiao - a bpm e arrangiamento variabile, tutti ormai insostenibili e capaci di instillare anche nel più paziente e fedele dei nostalgici crisi di rigetto e simpatia per l'invasor.
Finalmente uscito dal museo con la più alta percentuale di teche "in allestimento" d'Europa, trovo ad aspettarmi un'umanità decisamente più variopinta e variamente motivata.
Nell'ordine:
- solitario su una panchina sionista di prima linea con bandiera di israele grande tre volte lui e ansioso forse di avere problemi
- folla di gambesi e senegalesi all'ombra pronti a una specie di sbarco in normandia armati di pazienza e occhioni per cercare di convincerti (requisiti del cliente: bianco, possibilmente giovane e con la faccia buona) a comprare uno dei loro mille - forse ottimi forse no tanto non ho una lira - libri e riviste al grido di ehi, capo con relativa e sincera stretta di mano anti-fuga (tua)
- alcuni (che in seguito sarebbero rimasti alcuni) militanti del popolo viola, sfortunato movimento antiberlusca nato a natale e morto a santo stefano, che crede basti una virata cromatica dal tradizionale rosso per cambiare le cose. Seguono momenti di imbarazzo, quando gli alcuni di cui sopra intonano una sorta di messa anti-berlusca (così lo chiamano).
- primi esemplari di giovani comunisti, mammiferi con cravatta e camicia (con un risultato a metà tra scamarcio che cerca di fare lo studente e Harry Potter), che tentano placcaggi per importi dibattiti marxisti-leninisti sulla caduta dell'impero tizio e sull'arrivo della rivoluzione caio. Secondi per pedantiera solo a Mondolibri e ai servizi clienti vodafone che ti chiamano sul telefonino per offrirti sadiocosa.
- chi già la fa da padrone è Emergency, che, infilandosi un po' a cazzo nell'ordine del giorno, vende magliette "io sto con emergency" per ribadire l'indubbia porcata archittetata nei loro confronti neanche una settimana prima. Tempo mezzora e mezza manifestazione "sta con emergency" con relativa confusione del quid della manifestazione, che a dirla tutta parla di guerra e di scontri e di quanto fosse giusto ammazzare i fasci, mentre Emergency in proposito ha probabilmente posizioni più moderate.
Mentre osservo e registro per quanto i miei occhi me lo permettano, il vialone si riempie di gente - specie di quella che non ha bandiere, non sa nemmeno un coro uno e come massimo gesto della giornata comprerà un ghiacciolo (tipo me: menta).
A meno che tu non abbia fatto tutti gli intervalli del tuo cursus scolastico chiuso in classe, questo è il posto migliore dove rincontrare pezzi della tua vita - una sorta di gigantesco facebook col sole che ti picchia sulla testa e nessun voyeurismo di sorta, dato che ognuno ha la faccia che ha e non c'è foto che possa mentirti.
Il tutto mentre da camion, furgoncini e camionette si urlano le peggio cose sulla gestione amministrativa, provinciale, regionale, statale e globale della terra - asfaltata - che abbiamo sotto ai piedi.
Bersagli di un buon settanta per cento delle urla e degli strepiti amplificati dai megafoni (che riuscirebbero a rendere fastidiosa anche la voce di Suzanne Vega, credo) sono per l'appunto i fascisti.
Non quelli che furono, attenzione, ma quelli che ancora sono - quelli che dicono "siamo fascisti e ne siamo parecchio contenti".
Gente insomma che fa di tutto per farti sapere che ha la foto di Mussolini nel portafoglio, che fa il saluto romano come i bambini viziati che si mettono le dita nel naso e fanno vedere a te che sei nel tavolo di fianco cosa tirano fuori mentre la mamma è girata.
I cori inneggiano al fatto che la loro stessa esistenza - e persistenza - sia il problema, che sia la principale vergogna della nostra penisola.
Io cammino perplesso, pensando primo che il fascismo nel senso di attegiamento nei confronti dell'altro e dello stato e del potere sia oggi in mano a gente che non si definisce di certo fascista e che in compenso quelli che sostengono di sono probabilmente delle teste di cazzo (al di là di ogni cinica e disincantata discussione) ma che forse non sono il problema in cima alla lunga lista dei.
Specie ora che sono in gran parte impresentabili - più o meno come parte della corrispondente parte a sinistra - sia per attualità di vocabolario, sia per mancanza di strategia, sia per i loro brutti musi.
Penso queste cose e cammino un po' triste, perché da bambino era più facile odiare i fasci e punto - era più facile vederli come l'incarnazione del male e punto.
Oggi il male non si incarna nelle persone, ma nelle strutture che tengono insieme le persone, che le tengono insieme e le mettono contro, nelle strutture che maltrattano, premiano, umiliano e istigano.
In fondo, dirsi di destra vuol dire sostanzialmente non credo più negli uomini, se non in quelli talmente simili a me da non farmi paura, vuol dire il mondo è cattivo quindi ora lo sarò anch'io, vuol dire io vengo prima di noi. I fascisti, o quelli che si proclamano tali oggi, sono probabilmente quelli che stavano a destra per stare tra i propri simili e che solo dopo hanno capito che anche tra simili, a destra, ci si aiuta solo se conviene.
Tecnicamente non conviene oggi fare saluti romani e tenere Benito nel taschino, ed ecco perché i fasci insistono sui santini - per essere sicuri di essere tra gente che non tradirà, per essere sicuri di essere liberi di esserlo (atteggiamento encomiabile a suo modo, se non fosse che il perché della battaglia sia davvero idiota).
Ed ecco perché, in fondo, li vedo come vedevo il bambino che faceva la teppa in classe e faceva di tutto per essere detestabile - ovvero, uno che da quando è al mondo non se lo fila nessuno, e per dimostrare che è colpa sua se nessuno se lo fila, e non del padre che lo pesta, fa il cattivo.
Intanto, da questaltra parte, sono sempre di più i personaggi francamente impresentabili, che portano avanti parole vecchie e vuote e sbagliano nemici contro cui combattere come neanche Don Chisciotte.
Eppure, nonostante i due fronti tirino la coperta della Storia fino a strapparla, mentre ormai la Storia ha luogo da un'altra parte, la gente attorno fa funzionare tutto: tutti marciano in ordine sparso, tutti sorridono, tutti si abbracciano, fumano, mangiano, si baciano, ridono e nessuno pare portare particolare rancore verso chicchessia. Tutti sembrano rendersi conto almeno per un momento che non è detto che tutto questo ridere e abbracciarsi per strada sia una conquista stabile e duratura, che lo puoi fare - di sentirti tu padrone della città (come dovrebbe essere cazzo giusto) - solo se sei proprio in tanti.
E non credo che siano i fascisti il problema - penso anzi che se i problemi si potessere risolvere scrivendoli, sarebbero anche loro ben lieti di camminare al sole tra tanta gente che si vuole bene mangiando ghiaccioli alla menta.
Cazzo, a chi non piacerebbe? Altrove però non si vuole che si vada tutti d'accordo, e divide et impera rimane di gran lunga il miglior motivo per sapere un poco di latino.
Anche perché ai lati della nostra innocua e gioiosa e solare marcia, ci sono schiere e schiere di carabinieri vestiti come astronauti - quindi probabilmente con un caldo spaventoso e un odio incredibile per chiunque stia mangiando un ghiacciolo.
Mi ci fermo davanti e noto i loro pizzetti curatissimi, da veri tronisti, e dato che per la mia testa sono passati pensieri che neanche san francesco dopo che ha vinto al gratta e vinci, decido che loro sì mi stanno pregiudizialmente sul cazzo - perché per una manciata di euro tengono in vita la faccia più brutta e francamente inutile del potere, senza neanche dire cazzo che caldo ma perché siamo vestiti così?